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La fotografia ha certamente rivoluzionato il modo d’intendere del ritratto. Fin dagli inizi la soggettività umana doveva infatti rendere conto del risultato immutabile che mette in contatto l’infinita sensibilità umana e il tempo determinato dello scatto. Il referente perciò permane complesso come siamo noi come persone. Impresa ardua quella dell’autore, darci una panoramica del fenomeno del ritratto fotografico. Molti sono gli esempi a supporto delle proprie tesi.




Il selfie è certamente uno dei modi di massa contemporanei per ritrarsi. Non che non ci siano esempi similari ben prima, tanto che tuttora la maggioranza delle fotografia presenta persone. Con il selfie un essere si fa e controlla come verrà il proprio ritratto, rimarcando fondamentalmente il proprio esserci in determinate situazioni. On line poi c’è un modo di “ fare rete “ con le immagini. Un esempio sono le app di incontri. Da questa metodologia il senso non è produrre stampe, solo lo spettatore, eventualmente lo può fare. Ciò rivoluziona lo stesso concetto di fotografia su carta. Inoltre dai social arrivano tantissimi video e qui il fotografo può catturare il momento migliore. Ciò porta a rivoluzionare ciò che è stata la ritrattistica fotografica. La fotografia ha tentato di raccontare gli stati d’animo ma le uniche emozioni che può riportare sono quelle sul corpo e sul volto. L’essere non è solo il fisico. Spesso i fotografi hanno usato le espressioni e il linguaggio dell’organismo per sondare l’anima del referente. Molto importante è pure il ritratto in studio. Anche se in fase di post-produzione ormai è lecito fare dei cambiamenti del fondale, come ci ricorda l’autore, “ una seduta riuscita è come un vortice nella corrente della vita quotidiana “.

C’è poi la fotografia dell’ “ alterità “ e servono allo spettatore per conoscere personalità. In tali immagini c’è però sempre, dietro, un riscontro della personalità del fotografo. Nonostante appaiano generalizzazioni, tali fotografie tracciano la specificità del referente. La fotografia di moda è stata spesso spunto per altri tipi di fotografia. Siccome la moda cambia continuamente, il mezzo per le immagini è in continuo mutamento. Non esiste, forse, fotografia d’avanguardia continua come quella di questo tipo. Certi ritratti svolgono poi le veci di vere e proprie narrazioni. In tali opere certamente si può rimarcare l’influenza del cinema. Tali fotografie divengono descrizioni incompiute, ci chiedono di andare oltre l’immagine senza, sovente, darci grandi indizi. In fondo la ritrattistica in fotografia ci immette nel sociale e, grazie ad essa, non siamo mai soli. L’infinità delle comunicazione che veicola non trova alcuna fermata. E questa è solo una delle ricchezze od obiettivi che ha.

( Stefano Taddei )

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La forma è il focus del lavoro di Nuria Mora. Attraverso soluzioni identificabili, semplici ma non figurativamente conchiuse, l’artista ci presenta un mondo veramente intrigante di simbologia. Le forme, appoggiandosi a vari materiali, amplificano la portata semantica della proposta artistica.



Nuria Mora, L’omino della sabbia Marron, Reggio Emilia, 2022

Acrylic and oil on linen, 170 x 125 cm

© Ph. Fabrizio Cicconi


Una nuova simbologia scaturisce da tali opere, sempre in movimento, mai statica. Non siamo molto lontani dal concetti moderni di John Ruskin di moderno, per il quale tutto ciò che esiste è realmente o potenzialmente , artistico (Timothy Hilton, I Preraffaelliti, Mazzotta, Milano, 1981, p.17 ). Nuria Mura modifica i vari componenti delle opere e con una propria irrequietezza che, continuamente, non può focalizzare lo sguardo. Nuove forme si combinano, incessantemente. L’artista ha saputo amalgamare vari stimoli, rendendo dettagliati e rendendoli possibili di infinite combinazioni.




Dorica Hand painted ceramic 400 x 50 cm

Dorica pequeña Hand painted ceramic 300 x 50 cm

Estrella Hand painted ceramic 350 x 50 cm

Facetas Hand painted ceramic 266 x 27 cm

Panettone Hand painted ceramic 343 x 43 cm

© Ph. Alessandro Bonori


Bidimensionale e tridimensionale è questo alfabeto. L’incontro con la classicità, molto personale dato che l’artista ha studiato architettura, si può evincere dai totem. Qui il trattamento delle superfici si fa quasi metafisico. La forma, nella contemporaneità, non porta ad un riconoscersi in quello che si ha davanti. Si cerca qualcosa in più, un valore aggiunto. L’autrice ne ha coscienza, sfida le forme dei quadri e i totem. Il processo. Questo è importante nel Postmoderno. Costruzione materiale e mentale s’intersecano, in tale mostre, in modo peculiare. ( Stefano Taddei )




Nuria Mora

Allontanarsi sulla linea gialla

Spazio C21

Palazzo Brami

Via Emilia San Pietro 21

Reggio Emilia

Fino al 05/02/2023

https://www.spazioc21.com



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Ci sono momenti dell’esistenza che si guarda il mondo nello stesso tragico modo. Non per forza deve essere lo stesso universo. Sovente infatti è un altro ma i risultati paiono gli stessi. In questa mostra vi è un dialogo concettuale spesso congruente tra le opere di Francisco Goya e George Grosz.

Questi due artisti, anagraficamente lontanissimi, esprimono una satira verso la società del tempo che non può non ricordarci certe brutture della nostra realtà. La superstizione, la miseria morale, l’affidarsi a ciarlatani sono solo alcuni dei temi che accomunano i due autori.

Certe trovate danno poi l’idea di citazioni precise di Grosz nei riguardi di Goya.



Francisco Goya, Linda maestra, Acquaforte, acuatinta e puntasecca,1799, cm 21,4 x 15, Collezione privata, Parigi, Crediti Fotografici Elizabeth Krief



George Grosz, The Galdston Taboo, Inchiostro su carta, 1941, cm 55,9 x 48,8, Crediti fotografici: George Grosz Estate, Courtesy Ralph Jentsch Berlin


Una mostra dove, insomma, il mondo e i suoi abitanti si mostrano per la loro inettitudine e povertà etica. Nessuno pare poter emergere da queste opere in modo positivo. Sembra che, tra tanti decenni di differenza, nulla sia cambiato. In fondo però le brutture espresse nelle opere in mostra ci esemplificano un uomo che decide, anche se in modo sbagliato



George Grosz, A Piece of My World II/ The Last Battalion, olio su tela, 1938, cm 100 x 140,30, Crediti fotografici: George Grosz Estate, Courtesy : Ralph Jentsch Berlin



Francisco Goya, tavole da I disastri della guerra-33-Que hay que hacer mas – 1810-1814 ca., cm 15,7 x 20,7, Collezione privata – Parigi, Crediti fotografici: Elizabeth Krief




Le recenti vicende non hanno certamente aiutato a vedere in modo progressista tali opere. La normativa alfanumerica sta sostituendo l’umanità. L’uomo si trova intrappolato in questi ambiti e non ha modo di esprimersi. Anche nel suo peggiore dei modi.


STEFANO TADDEI


GOYA-GROSZ Il sonno della ragione

A cura di Ralph Jentsch e Didi Bozzini

Fino al 13 gennaio 2023

Palazzo Pigorini,

Parma Str. della Repubblica, 29A

Informazioni: https://www.comune.parma.it/cultura/evento/it-IT/GOYA---GROSZ-Il-sonno-della-ragione.aspx


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