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Museo della Città di Livorno – giovedì 11 dicembre, ore 17.00 Un appuntamento promosso da Blob Art ETS e T.O.E. Negli ultimi decenni gli artisti hanno profondamente cambiato il loro modo di rappresentare la realtà che li circonda. L’incontro affronta questa mutazione entrando e uscendo dalle principali categorie visive, evidenziando la contaminazione tra i linguaggi che caratterizza lo stato attuale della ricerca sull’immagine.

La narrazione del paesaggio attraverso il dispositivo fotografico è sempre meno orientata alla mimesi della natura: lo sguardo si sposta verso la messa in scena di nuovi paradigmi visivi, dove colori e forme sembrano usciti dallo schermo di un computer. Gli artisti che lavorano nello spazio urbano si ispirano alla natura, ma solo per riprodurla “in vitro” nei luoghi più improbabili.

La videolezione presenta diversi artisti attivi nella ricerca contemporanea, capaci di muoversi con disinvoltura dalla fotografia alla videoarte, dall’installazione ai new media, offrendo al pubblico un panorama aggiornato sulle nuove rappresentazioni del paesaggio nell’arte di oggi.


Luca Panaro (Firenze 1975) è critico d’arte, curatore, insegna all’Accademia di Brera, all’Accademia di Belle Arti di Bologna e alla Scuola di Alta Formazione di Fondazione Modena Arti Visive. Tra i suoi libri: L’occultamento dell’autore (Apm 2007), Tre strade per la fotografia (Apm 2011), Casualità e controllo (Postmedia 2014), Visite brevi (Quinlan 2015), Un’apparizione di superfici (Apm 2017), La fotografia oltre la ripetizione (Montanari 2019). Dal 2010 è direttore artistico di Centrale Festival a Fano. Nel 2013 ha fondato a Milano il progetto didattico Chippendale Studio.

 
 

Elisa Muscatelli Come è iniziato il tuo percorso artistico? Ci sono stati riferimenti che hanno plasmato in modo importante la tua carriera? Marco Rossetti I miei riferimenti artistici sono sicuramente quegli artisti che nella storia hanno lavorato sul fotografico più che sulla fotografia per eccellenza, e quindi penso a tutta l’arte dell’appropriazione come Cindy Sherman , Richard Prince o Levin, come tutta la Scuola di Düsseldorf, in particolare Thomas Ruff. Loro hanno utilizzato la fotografia come un elemento che potesse essere plasmato, che potesse essere utilizzato per arrivare a un altro fine, che non sia solo il racconto e che non sia solamente la bellezza dell’immagine in sé. Paesaggi che vengono scomposti, strutture alterate, tracce di memorie storiche e archivi ritrovati. In che modo prende forma il tuo rapporto con il tempo storico? La storia per me è sempre veicolata dagli occhi di una singola persona, o da un gruppo, o da una piccola comunità. Soprattutto la cosa che mi interessa è di analizzare il processo del cervello nei confronti dei ricordi, come si comporta nella gestione di essi, soprattutto quando ci sono degli eventi che sono difficili da ricordare o che sono semplicemente veicolati da illusioni. Anche come la società lavora sulla gestione dei ricordi e sulla gestione delle immagini che hanno a che fare con la memoria.


E.M. Alcune opere vengono assalite da elementi scultorei violenti: lance, frecce, tagli netti della superficie che cambiano la fisionomia dell’opera. Da cosa nasce la scelta di unire due media così apparentemente diversi come quello della scultura e della fotografia? M.R. Cerco di utilizzare la fotografia come materia prima e quindi cerco di avere una libertà nei confronti dell’immagine che non sia vincolata dalla leggibilità o dalla fruibilità di quel determinato scatto. Per me la possibilità di distorcere l’immagine, di modificarla, di tagliarla, di affettarla, è molto stimolante, e delle volte l’utilizzo di quelle fotografie in una versione più scultorea è indispensabile per veicolare un determinato messaggio. L’importanza di quell’opera poi non ha più a che fare con cosa è presente nell’immagine e cosa rappresenta quella fotografia, ma è più che altro il contesto in cui si trova quella fotografia.


E.M. Una tua opera, Flatland, prende come riferimento il celebre racconto di Edwin A. Abbott, che ci introduce in un mondo formato da una dimensione piana e mette in discussione tutte le regole spaziali. Come si esprime nella tua ricerca artistica la dimensione spaziale?


M.R. Flatlandia per me ha una doppia valenza, un doppio significato. Il libro parla di una rivelazione, di una scoperta che era sotto gli occhi di tutti e che nessuno riusciva a vedere,di una dimensione che le persone non riuscivano a comprendere, e questa cosa si lega alla ricerca che faccio nella gestione che il cervello ha dei ricordi, e si lega anche all’elemento fotografico, al fatto che la fotografia pensata sempre in maniera bidimensionale nei miei lavori possa poi diventare altro, e possa diventare un elemento che ha a che fare con le tre dimensioni, proprio come il libro Flatlandia in cui il protagonista scopre la terza dimensione.


E.M. In Edit canc4,le tracce dell’essere umano vengono rimosse aprendo una riflessione sulla presenza, la censura e il gesto artistico.Come vedi il ruolo dell’artista all’interno della società nel contemporaneo?


M.R. Credo che seppur l’artista debba essere immerso nella società e nella realtà che lo circonda, secondo me non dovrebbe avere il ruolo di narratore, ma dovrebbe avere la libertà della complessità. Perché la ricerca è qualcosa di più profondo e che molto spesso non ha una visione oggettiva, e che forse non deve averla. L’artista soprattutto dovrebbe avere il ruolo di portare il fruitore a non essere passivo nella fruizione delle immagini, dovrebbe riuscire a portarlo dalla superficie alla profondità e far capire che probabilmente a molte cose non c’è una risposta.



Marco Rossetti, Capua, 1987, vive e lavora tra Napoli e Firenze. Si forma al triennio e al biennio in Pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli proseguendo il suo percorso artistico attraverso residenze e workshop sviluppando un linguaggio interdisciplinare che lo porta ad indagare i vari aspetti della materia artistica tra fotografia, archivio, pittura e scultura.

Tra le sue mostre recenti Come una stella di giorno, Galleria Nicola Pedana, Caserta, 2021; Icono Smash, Palazzo Rinuccini, Firenze, 2019; Forget/forgive,Penta Space, Firenze, 2018. E’ stato recente vincitore di Level 0, Museo Madre, 2021, della dodicesima edizione del Premio Combat, 2021 e del premio Buris, 2021.

 
 

Anna Marzuttini (Gemona del Friuli, 1990) è una pittrice che vive e lavora tra Cerneglons (UD) e Venezia. Consegue nel 2018 il diploma di Secondo Livello in Arti Visive e Discipline dello Spettacolo con indirizzo Pittura all’Accademia di Belle Arti di Venezia. Durante gli anni passati in Accademia partecipa a diversi workshop ed esposizioni collettive organizzate dall’Atelier F, a cura del professore Carlo Di Raco.

Nel 2017 prende parte alla mostra collettiva di Grafica d’Arte “Guardatemi il più possibile” alla Galleria internazionale d’Arte Moderna, Cà Pesaro (Venezia). Nel 2018 ottiene uno studio presso la Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia. Nel 2019 è una delle tre vincitrici del Combat Prize nella sezione Art Tracker che la porta a partecipare ad un’esposizione collettiva, insieme a Giorgia Valli e Clarissa Baldassarri, presso Lucca Art Fair 2020.


Genealogia di un fiore di tarassaco, 2019, 200x160 cm - credit Anna Marzuttini
Genealogia di un fiore di tarassaco, 2019, 200x160 cm - credit Anna Marzuttini

Come definiresti la tua pratica artistica e quali sono le tematiche che indaghi?

Credo che una caratteristica fondamentale della mia pratica artistica sia l’istintività. Nel momento in cui il pennello entra in contatto con la tela devo sentirmi interessata a qualche forma ma contemporaneamente svincolata da altre responsabilità, altrimenti il pensiero ed il segno si irrigidiscono, perdendo la spontaneità che, nel mio caso, credo sia un fattore irrinunciabile del mio lavoro. Le decisioni più ragionate le prendo a distanza dal quadro, senza che possano inibire i gesti più espressivi.

La tematica principale intorno a cui si sviluppa il mio lavoro è il “selvatico”, inteso come ciò che è indisciplinato, ruvido, spinoso, inospitale. Sono attratta da tutto ciò che è lontano dall’artificio umano, per quanto possibile. Mi affascina la naturalezza in cui la vita si è sempre sviluppata e come potrebbe continuare a svilupparsi anche senza l’uomo, prendendo strade imprevedibili. Mi interessano molto le forme organiche, mi danno la possibilità, tramite il disegno, di esteriorizzare ed archiviare delle informazioni estetiche che poi vengono rielaborate all’interno dello spazio della tela, dando vita a nuovi piccoli mondi mentali.


Quando hai deciso che ti saresti occupata di arte?

Non penso di averlo mai veramente deciso. Credo che in qualche modo non avessi altra scelta, ho sempre avuto una netta predisposizione verso la manualità e il disegnare è sempre stata un’attività spontanea, una necessità. Quindi, dopo il Liceo Scientifico, ho deciso di iscrivermi all’Accademia Di Belle Arti di Venezia, dove ho scoperto la pittura che nel tempo è diventata la mia occupazione principale.

Radici, 2019, 29,7 x 21 cm cadauno - credit Anna Marzuttini

Ti sei formata a Venezia: come ha influito questo specifico contesto nella definizione del tuo lavoro?

Venezia è stata una tappa fondamentale per la definizione del mio lavoro. Oltre al fatto di aver avuto la possibilità di vivere per anni in una città d’arte, di scambi culturali e ricca di stimoli, se non avessi frequentato l’Accademia di belle Arti e nello specifico l’Atelier F, il corso del professore Carlo di Raco, forse non sarei mai arrivata a raggiungere la stessa consapevolezza della pittura che ho oggi. Ci sono capitata quasi per caso, ed è stata una fortuna: ho trovato un ambiente molto formativo e stimolante, dinamico e basato sulle peculiarità delle persone. Grazie all’Accademia, si è formata a Venezia un’ottima concentrazione di talentuosi giovani artisti, di cui una buona parte dopo aver concluso il percorso di studi, ha deciso di fermarsi in città condividendo spazi dove continuare a lavorare e mantenendo una rete di legami tra i diversi nuclei. Questo grazie anche alla peculiare conformazione della città che, essendo particolarmente a portata d’uomo, favorisce i rapporti tra i suoi abitanti.

Germinazione, 2019 (allestimento Opera Viva) - credit Anna Marzuttini
Germinazione, 2019 (allestimento Opera Viva) - credit Anna Marzuttini

La tua pratica comprende la pittura e l’illustrazione. Ci sono degli interessi o delle direzioni comuni? Stai sperimentando anche altre tecniche?

Pittura e illustrazione per me sono due linguaggi diversi ma in qualche modo confinanti. L’illustrazione, essendo un’arte applicata, è caratterizzata da un aspetto narrativo intrinseco con il quale un illustratore si deve confrontare, mentre la pittura deve essere espressione libera, pura ricerca e sperimentazione.

Per me la pittura ha tempi lunghi, nel senso che ci vuole più tempo a capirla e a metabolizzarla, ed è imprevedibile perché il risultato non sarà mai quello che avevo in mente ma mi sorprenderà sempre. Diversamente sarebbe limitante.

Nell’illustrazione, anche grazie a strumenti come il digitale, un’immagine può essere modificata più volte, in modo controllato, fino a ottenere il risultato desiderato, dando ben poco spazio al caso. Inoltre, l’illustrazione ha una natura prettamente figurativa e narrativa mentre nella pittura questi aspetti, nel mio caso, non sono palesati.

Cerco di portare avanti parallelamente entrambe le discipline ed esse si nutrono l’una dell’altra. Grazie alla ricerca pittorica il mio approccio all’illustrazione cerca di essere più sperimentale sia riguardo al linguaggio che alla tecnica, d’altro canto l’illustrazione mi aiuta ad avere una visione più razionale e precisa nell’elaborazione di un’immagine. Ultimamente sono incuriosita anche da altre tecniche, come ad esempio la scultura che vorrei far dialogare con la pittura.

Appunti,2019, dettaglio allestimento Opera Viva - credit Anna Marzuttini
Appunti,2019, dettaglio allestimento Opera Viva - credit Anna Marzuttini

Oltre alla partecipazione alla prossima edizione di Lucca Art Fair, che progetti hai in programma per il futuro?

Per tutto il mese di febbraio parteciperò ad un workshop organizzato da Fondazione Malutta allo spazio Punch in Giudecca (Venezia). Vorrei poi prendere parte a qualche residenza d’artista, specialmente all’estero. Nel frattempo, continuo a lavorare, come sempre.


- Il team di CampoBase (Irene Angenica, Bianca Buccioli, Emanuele Carlenzi, Gabriella Dal Lago, Ginevra Ludovici, Federica Torgano, Stefano Volpato)


LUCCA ART FAIR - ART TRACKER

Dal 27 al 29 novembre 2020

Casermetta San Frediano, via delle Mura Urbane - 55100 Lucca

T +39 3311303702

E info@luccaartfair.it

W www.luccaartfair.com

La mostra è visitabile nei seguenti orari

venerdì: 17.00 - 20.00; sabato e domenica 10.00 - 20.00


 
 
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