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Con oltre trenta nuovi dipinti realizzati all’interno di un’installazione immersiva, concepita appositamente per il museo, Hernan Bas (Miami, 1978) porta The Visitors a Ca’ Pesaro – Galleria Internazionale d’Arte Moderna, nelle Sale Dom Pérignon.


Hernan Bas
Hernan Bas, Alone with Lisa (the Louvre, Paris), 2025, Acrylic and water based oil on linen, 127 x 101.6 cm © Hernan Bas Courtesy the artist, Lehmann Maupin, Perrotin and Victoria Miro

Traendo ispirazione da Venezia, città particolarmente sensibile al turismo, costantemente trasformata dalle sue conseguenze e in cui l’artista ha realizzato una residenza, Bas ha creato un nuovo corpus di opere incentrato su turisti collocati in scenari sia immaginati sia reali. Protagonisti – prevalentemente uomini, bianchi e occidentali – che abitano un terreno mutevole fatto di attrazioni da “lista dei desideri”, siti storici, spazi sacri, locali equivoci e versioni sterilizzate del mondo naturale; mettendo in luce i cliché del turismo, come la Gioconda o la Fontana di Trevi, fino alle mete del cosiddetto dark tourism, come Chernobyl, Alcatraz e la foresta di Aokigahara, luoghi attraversati dal dolore che diventano tappe di itinerari; le trappole per turisti da cui si evidenzia, ancora di più, la fondamentale disconnessione tra i “visitatori” e i mondi che attraversano, luoghi progettati per ingannare, raggirare o deludere.


Bas è da tempo celebrato per le sue opere narrative permeate da umorismo, decadenza, stranezze, suggestioni occultiste e codici stratificati. Esplora le complessità dell'identità personale attraverso figure sospese in momenti di trasformazione, in cui l'ordinario scivola nello straordinario. In The Visitors, questa sensibilità si rivolge verso l'esterno. Come i dandies e i flâneurs delle opere precedenti di Bas, queste nuove figure si librano sulle soglie: tra curiosità e arroganza, incontro e violazione, esperienza e spettacolo. 


Molte di queste nuove figure sembrano essere colte in atti di recitazione o finzione, mentre posano, scattano fotografie o assumono travestimenti. Uno dei turisti di Bas rivendica lo status di residente, un altro (statunitense) finge di essere canadese e un altro visitatore in Thailandia inscena un incontro con un pitone. In un effetto tipico del senso di ironia di Bas, un sentimento di affetto per i suoi visitatori maldestri e disorientati si scontra con una lucida critica a un’epoca definita dalla globalizzazione, priva di riferimenti culturali o geografici stabili.


Parte di questo nuovo corpus di opere è stato realizzato durante una residenza dell’artista a Venezia, a stretto contatto con la laguna, la sua luce, la sua tradizione pittorica e i suoi turisti. In questi dipinti, il visitatore diventa al tempo stesso pittore e soggetto dipinto. Negli ultimi decenni, la storica città di Venezia ha sofferto per l’ascesa del turismo di massa, che ha danneggiato i suoi monumenti, la sua laguna, i suoi abitanti e la sua storia. Venezia stessa, a lungo plasmata dagli scambi e ora messa a dura prova dal turismo di massa, diventa sia lo scenario che lo specchio delle questioni affrontate dalle opere. Bas convoglia inoltre la sua comprensione, maturata nel corso di una vita, di cosa significhi vivere a fianco dei turisti a Miami, così come la propria condizione di cubano-americano di prima generazione, spesso percependosi come un visitatore nella propria casa.


Esposte in una sequenza immersiva, le tele comporranno una narrazione visiva continua. L’inquadratura di matrice fotografica, le superfici sature e le accumulazioni di dettagli eloquenti – slogan, tatuaggi, accessori – funzionano come una vanitas contemporanee, rivelando le ambiguità morali insite nella mobilità globale. Qui, Bas cattura una generazione alla deriva – allo stesso tempo alla ricerca di senso e assorta in se stessa – invitando lo spettatore a riconoscere, all'interno di questo mondo sospeso, il proprio riflesso.


Hernan Bas
Hernan Bas, One last round (Oktoberfest), 2025, Acrylic on linen, 254 x 101.6 cm © Hernan Bas Courtesy the artist, Lehmann Maupin, Perrotin and Victoria Miro

Come sottolinea Elisabetta Barisoni, responsabile di Ca’ Pesaro e curatrice della mostra Nelle sale della Galleria Internazionale d'Arte Moderna di Venezia ci accoglie una teoria di personaggi che, a prima vista, sembrano rappresentazioni di gioventù immersa nella scoperta del mondo ma che rivelano invece una situazione assurda, paradossale, comica.

La serie monumentale, osserva ancora Barisoni, rappresenta una visione che è sempre sotto i nostri occhi, fatto di turismo credulone, voyeur, oltre il limite del rispetto per l'altro e, in casi estremi, per la dignità umana. In opere che a prima vista sembrano fotografie-ricordo o souvenir esotici, vacillano storia e memoria, mentre il senso stesso di realtà si incrina.

 
 

La Tate Modern presenta la più ampia mostra retrospettiva mai dedicata all’opera rivoluzionaria dell’artista di fama mondiale Dame Tracey Emin (nata nel 1963). L’impegno di Emin per un’espressione di sé senza compromessi ha trasformato la nostra comprensione di ciò che l’arte può essere e continua a influenzare l’arte contemporanea, utilizzando il corpo femminile per esplorare passione, dolore e guarigione.


Tracey Emin
Tracey Emin, I never Asked to Fall in Love - You made me Feel like This 2018 © Tracey Emin

Attraverso quarant’anni di straordinaria attività – dalle installazioni seminali degli anni Novanta fino ai dipinti e alle sculture in bronzo più recenti, esposti per la prima volta – A Second Life segna la mostra più significativa della carriera di Emin, ripercorrendo gli eventi chiave che hanno plasmato il suo percorso e la sua trasformazione. Conceputa in stretta collaborazione con l’artista, l’esposizione riunisce oltre 100 opere tra pittura, video, tessile, neon, scultura e installazione, mettendo in luce il suo approccio diretto e viscerale nel condividere esperienze di amore, trauma e crescita personale.


Ripercorrendo l’impegno costante di Emin verso la pittura, la mostra si apre con lavori tratti dalla sua prima personale da White Cube, My Major Retrospective 1982–93, composta da una serie di piccole fotografie dei dipinti realizzati durante gli anni di scuola d’arte negli anni Ottanta e successivamente distrutti in un periodo difficile della sua vita. Queste opere sono presentate accanto a Tracey Emin CV (1995), autoritratto e narrazione in prima persona della sua vita fino a quel momento, e al toccante video Why I Never Became A Dancer (1995), in cui l’artista racconta eventi traumatici della sua adolescenza a Margate. Insieme, questi lavori introducono il pubblico alla voce inconfondibile e alla narrazione intima in prima persona che caratterizzano la sua pratica.


Il profondo legame di Emin con la sua città natale, Margate, attraversa tutta la sua produzione. Lasciata la città a 15 anni, Emin vi fece ritorno sporadicamente tra la tarda adolescenza e i primi vent’anni, prima di trasferirsi a Londra nel 1987 per studiare al Royal College of Art. Dopo la morte della madre a Margate nel 2016 e dopo aver superato un tumore nel 2020, Emin è tornata stabilmente nella città di mare, fondando la Tracey Emin Artist Residency, una scuola d’arte gratuita con studi per artisti. La Tate Modern presenta opere legate alla sua vita a Margate e ai ricordi dell’infanzia, esplorando come l’artista rivisiti e rielabori la propria storia personale. Tra queste, Mad Tracey From Margate: Everybody’s Been There (1997), che espone pensieri intimi attraverso frasi cucite a mano, lettere e disegni, e la scultura lignea It’s Not the Way I Want to Die (2005), ispirata al celebre parco divertimenti Dreamland e riflessione sulle sue ansie e vulnerabilità.


Emin affronta spesso traumi e dolori personali, rompendo il silenzio su temi ancora stigmatizzati. La mostra affronta la sua esperienza di violenza sessuale, con opere come il neon I could have Loved my Innocence (2007) e il ricamo su calicò Is This a Joke (2009). Nel video How It Feels (1996), uno dei suoi lavori più personali, l’artista offre un racconto duro ma potente di un aborto complicato, descrivendo la negligenza istituzionale, le implicazioni fisiche e psicologiche del rifiuto della maternità e la misoginia che lo circonda. Esposto pubblicamente per la prima volta, il quilt The Last of the Gold (2002) presenta un “A to Z dell’aborto”, offrendo consigli alle donne che si trovano in situazioni analoghe.

Al centro della mostra si collocano due installazioni fondamentali: Exorcism of the Last Painting I Ever Made (1996) e My Bed (1998). La prima documenta tre settimane trascorse chiusa in una galleria di Stoccolma nel tentativo di riconciliarsi con la pittura, abbandonata sei anni prima dopo l’esperienza dell’aborto. Segue l’iconica installazione candidata al Turner Prize, che documenta la sua ripresa dopo un crollo psicofisico segnato dall’abuso di alcol. Queste opere segnano il passaggio dalla “prima vita” alla “seconda vita” dell’artista, dopo malattia e interventi chirurgici.


Tracey Emin
Tracey Emin, I followed you to the end 2024. Yale Centre for British Art. © Tracey Emin.

L’esperienza del cancro, della chirurgia e della disabilità è affrontata direttamente nell’esposizione, sottolineando la totale assenza di separazione tra sfera personale e pubblica nella pratica di Emin. La recente scultura in bronzo Ascension (2024), che esplora il nuovo rapporto dell’artista con il proprio corpo dopo un importante intervento per un tumore alla vescica, è affiancata da nuove fotografie che mostrano la stomia con cui oggi vive.


La mostra si conclude con l’esplorazione pittorica della sua “seconda vita”. Se dolore e struggimento restano presenti, le ambiziose tele di grande formato rivelano una qualità trascendente e spirituale, esprimendo una determinazione risoluta a vivere il presente. Non priva di ombre, la scultura Death Mask (2002) dialoga con questi dipinti monumentali, evocando un’esistenza vissuta intensamente. Oltre le pareti del museo, il monumentale bronzo I Followed You Until The End (2023) domina lo spazio esterno della Tate Modern, invitando il pubblico a confrontarsi con la forza viscerale dell’opera di Emin.


Dame Tracey Emin ha dichiarato:«Sono molto emozionata di avere una mostra alla Tate Modern. Per me è uno dei più grandi musei internazionali di arte contemporanea al mondo, ed è qui a Londra. Sento che questa mostra, intitolata “A Second Life”, sarà per me un punto di riferimento. Un momento della mia vita in cui guardo indietro e vado avanti. Una vera celebrazione del vivere.»

 
 

Museion inaugura il programma espositivo 2026 con Eduard Habicher. Memory in Motion, mostra dedicata al 70° compleanno dello scultore altoatesino Eduard Habicher (nato nel 1956 a Malles).


Eduard Habicher
Exhibition view Eduard Habicher. Memory in Motion, Museion Passage, 2026. Photo Credits: Tiberio Sorvillo

L’esposizione si sviluppa negli spazi di Museion Passage e del Piccolo Museion – Cubo Garutti ed è a ingresso libero. Figura di riferimento della scultura contemporanea in Alto Adige, Eduard Habicher ha consolidato nel corso dei decenni una significativa presenza internazionale.


La sua pratica è riconosciuta in particolare per interventi di grande formato nello spazio pubblico, dove la dimensione plastica si confronta con architetture e paesaggi urbani. Sue opere sono installate permanentemente in contesti pubblici e privati, tra cui le Terme di Merano e la Fundación Pablo Atchugarry in Uruguay; ulteriori lavori si trovano a Berlino, lungo la Sprea, nel campus dell’European Energy Forum (EUREF), oltre che in diverse sedi in Italia e Austria.


In Museion Passage sono presentate quattro sculture monumentali – Hommage, Passage, Geöffnet-aperto e Pro-tetto – che instaurano un dialogo diretto con l’architettura del museo. Realizzate con profili industriali e acciaio inox, le opere nascono da un processo di lavorazione artigianale di estrema precisione: materiali standardizzati vengono piegati e modellati fino a generare una tensione formale in equilibrio tra massa e leggerezza. Il rosso, caratteristica ricorrente nel linguaggio dell’artista, unifica visivamente l’intervento.


Eduard Habicher
Exhibition view Eduard Habicher. Memory in Motion, Museion Passage, 2026. Photo Credits: Tiberio Sorvillo

Collocate senza piedistallo e direttamente nello spazio, le sculture accompagnano il pubblico lungo Passage, integrandosi nel flusso quotidiano di questo ambiente aperto. Movimento, apertura e consapevolezza dello spazio costituiscono elementi centrali nella ricerca di Habicher e trovano in Museion Passage un contesto di particolare risonanza. In quanto luogo liberamente accessibile, Passage favorisce un incontro diretto con l’arte contemporanea, superando le consuete soglie museali.


Il progetto espositivo è arricchito da un Virtual Tour a 360° che consente di accedere virtualmente allo studio dell’artista, offrendo uno sguardo approfondito sul suo ambiente di lavoro. Il Virtual Tour è stato realizzato da Camillo Ciuccoli, Creative Technologist.

 
 
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