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Il 12 maggio la galleria Erica Ravenna inaugura la seconda mostra del 2026 proseguendo l’approfondimento sul tema del paesaggio e della natura avviato con la mostra di Vincenzo Agnetti appena conclusa.

 

Lucia Veronesi
Lucia Veronesi, La desinenza estinta, 2024, Tessuto jacquard effetto lampasso di trame, 300 x 500 cm. Installation view, Ca’ Pesaro Galleria Internazionale d’Arte Moderna, Venezia. ph. Francesco Allegretto

Il progetto espositivo Materia Madre / Lingua Madre, a cura di Benedetta Carpi De Resmini, nasce da una riflessione sulla materia come elemento primario e generativo, matrice del vivente, e di lingua come processo continuo di traduzione e trasformazione. La mostra si configura come un paesaggio in divenire: un territorio sensibile in cui la natura non è sfondo né semplice oggetto di rappresentazione, ma presenza attiva — una forza che muta, respira, resiste e si rigenera.


Gli artisti invitati — Cyril de Commarque, Laura Pugno, Gaia Scaramella e Lucia Veronesi — intrecciano le loro ricerche come sistemi radicali sotterranei, attraversando materia, segno, gesto e simbolo. Pur nella diversità dei linguaggi, le loro pratiche condividono una tensione comune: interrogare il confine instabile tra organico e culturale, tra ciò che cresce spontaneamente e ciò che viene costruito, nominato, controllato.


Come afferma la curatrice: «la materia si fa narrazione, il mito si deposita nelle superfici, il segno germina come un seme. Le opere emergono da processi di metamorfosi continua, in cui il vivente assume forma simbolica e il linguaggio, a sua volta, si fa corpo, sostanza, traccia. In questo orizzonte, umano e non umano non si oppongono, ma entrano in una relazione di ascolto reciproco. Il linguaggio non descrive la natura dall’esterno: ne segue i ritmi, ne accoglie l’instabilità, ne riflette le trasformazioni. La metamorfosi diventa così una pratica relazionale, una postura critica capace di riconoscere nell’incertezza una condizione fertile.


Cyril De Commarque
Cyril De Commarque, O2, 2019. Saatchi Gallery, London 2019. Ph Studio Cyril De Commarque

La mostra si presenta come un ecosistema di mutazioni: uno spazio in cui forme, parole e immagini si disgregano e si ricompongono continuamente, mentre la natura riscrive senza sosta la propria grammatica. La trasformazione non è soltanto un immaginario poetico, ma un principio ecologico: adattamento, rigenerazione, persistenza. In questa prospettiva, anche il linguaggio si rivela materia viva, capace di contribuire alla costruzione di nuove alleanze tra essere umano e ambiente. La “lingua madre” evocata dal titolo non coincide con un’identità chiusa o con un’appartenenza esclusiva: è piuttosto una lingua originaria e preverbale, informe e condivisa, quella che precede la parola codificata, che appartiene al corpo, al respiro, alla relazione. Una lingua comune, radicata nella nostra materia madre.»


Ad aprire il percorso espositivo sono le opere su carta e una scultura lignea di Cyril de Commarque. Nella sua ricerca, dati ambientali, tracce naturali e visioni pre-umane si traducono in forme scultoree e immagini essenziali, capaci di rendere percepibili processi spesso invisibili. Il legno, materiale mai neutro, reca in sé la memoria dei territori da cui proviene. Mentre le forme bulbose, antropomorfe e generative, delle opere su carta attraversate da radici e germinazioni, evocano ecosistemi originari e nuove possibilità di vita nell’epoca dell’Antropocene.


Le opere di Laura Pugno della serie Persuasioni proseguono la mostra. Realizzate con la sabbia come materiale pittorico, nascono da un’indagine sulle piante costiere e sul fragile equilibrio tra permanenza e dispersione. La sabbia, elemento necessario alla vita delle specie rappresentate, sfugge al controllo e rivela la precarietà di ogni tentativo umano di dominio sulla natura. Il riferimento è alla costa veneta affacciata sull’Adriatico e a Bibione, territorio profondamente trasformato dall’antropizzazione turistica e dai continui interventi di ripascimento. Nel lavoro di Pugno la materia naturale conserva invece la propria autonomia: l’acqua modella, sedimenta, lascia tracce. L’opera nasce da un dialogo con i processi ecologici, non da un atto di controllo.


La mostra prosegue con le opere di Lucia Veronesi e con The plants you kill are doing quite well, lavoro in cui l’artista restituisce visibilità a specie credute estinte e riemerse sotto nuove tassonomie. Attraverso monotipi e ricami, il linguaggio scientifico si trasforma in lessico poetico, generando un nuovo vocabolario vegetale. Più in generale, la sua ricerca si confronta con ciò che scompare - forme, specie, parole, memorie - costruendo una grammatica fragile in cui l’estinzione appare non solo come fenomeno biologico, ma anche come perdita simbolica e culturale.


In ultimo, la mostra si chiude con le opere di Gaia Scaramella. Per l’artista la materia occupa un ruolo centrale: superfici, oggetti e immagini vengono trasformati attraverso processi che generano cortocircuiti tra ironia, vulnerabilità e critica sociale. La materia non è mai semplice supporto, ma organismo vivo e spazio relazionale, capace di mettere in tensione naturale e artificiale, cura e costrizione, desiderio e collasso. Nella serie Matribus, piccole figure antropomorfe emergono da elementi ceramici lucidi e seriali, sospese tra nascita e caduta. L’artista costruisce una micro-comunità di esseri fragili che cercano sostegno in strutture ambigue: nido, oggetto di design, grembo, dispositivo. Un’allegoria della condizione contemporanea, in cui ciò che protegge può anche limitare, e ogni forma di dipendenza rivela al tempo stesso vulnerabilità e possibilità di relazione.


La mostra è accompagnata da un catalogo con un testo critico di Benedetta Carpi De Resmini e poesie di Valerio Magrelli.

 
 

Una festa per la città e per tutti, con ingresso gratuito il 25 e 26 aprile. In programma venerdì 24 aprile l'inaugurazione della mostra collettiva del  Premio Mestre di Pittura; a settembre Klimt, Schiele, Kokoschka e il corpo nell’arte contemporanea.


Fogarolli
Christian Fogarolli, Promeneur, 2016, Acciaio, specchio spia, bretelle per arti, fotografia d’archivio, 180 x 60 x 100 cm, inv.4863

Mestre si prepara ad accogliere un nuovo spazio dedicato all’arte contemporanea: nasce MUVEC – Casa delle Contemporaneità, il nuovo museo della Fondazione Musei Civici di Venezia, frutto di un importante intervento di trasformazione degli spazi Muve al Centro Culturale Candiani. Un profondo ripensamento architettonico e concettuale che ridefinisce funzioni, percorsi e missione museale. Il progetto dà vita a un museo articolato su due piani, con una collezione permanente e spazi dedicati alle mostre temporanee, configurandosi come un nuovo punto di riferimento culturale per la città e per l’intero territorio metropolitano.


Dal punto di vista architettonico, il museo acquisisce un’identità autonoma e riconoscibile: un ingresso dedicato da piazzale Candiani e una passerella sopraelevata conducono il pubblico verso una nuova area di accoglienza situata al secondo piano. Qui si sviluppa il percorso della collezione permanente, mentre il terzo piano ospita le esposizioni temporanee. Due livelli complementari, pensati per dialogare tra stabilità e sperimentazione.


La svolta più significativa è però sul piano culturale. MUVEC nasce con l’obiettivo di raccontare l’arte moderna e contemporanea a partire dal 1948, attingendo alle collezioni civiche conservate a Ca’ Pesaro e proponendo un percorso tematico, non rigidamente cronologico. Tre le direttrici che strutturano il racconto: Ricostruzione, Costruzione, Decostruzione. Un’impostazione che riflette le trasformazioni linguistiche dell’arte del secondo Novecento e, al contempo, la storia urbana e sociale di Mestre, città simbolo della contemporaneità italiana.


Il museo intreccia due livelli di lettura: da un lato le grandi traiettorie internazionali che hanno attraversato Venezia e il suo territorio; dall’altro le esperienze sviluppate nella terraferma, in parallelo con le trasformazioni della città. Corpo, materia e città diventano così chiavi interpretative trasversali, capaci di mettere in dialogo maestri del Novecento e ricerche più recenti, memoria e presente.


Il percorso espositivo presenta opere significative dei principali movimenti artistici del secondo Novecento e del nuovo millennio, tra cui Informale, Spazialismo, Arte minimal e pratiche contemporanee che indagano lo spazio e la materia. Accanto ai grandi protagonisti internazionali, trovano spazio anche artisti legati al territorio, in un racconto che restituisce la complessità e la vitalità della scena artistica.


Simpson
David Simpson, This Day, 1995, Acrilico su tela, 243,8 × 203 cm, inv. 4660, foto credit Alessandro Zambianchi - Simply .it, Milano

MUVEC si propone come un museo contemporaneo in dialogo con il proprio tempo: non solo spazio espositivo, ma dispositivo culturale capace di interrogarsi sul significato stesso di “contemporaneità”. La sua collocazione a Mestre rappresenta una scelta strategica e culturale, che riconosce alla terraferma una nuova centralità, coerente con le trasformazioni demografiche e sociali del territorio.


In una città in continua evoluzione, caratterizzata da una crescente pluralità culturale, il museo nasce con l’ambizione di essere luogo di incontro e partecipazione per pubblici diversi: visitatori, studenti, famiglie e comunità locali, con particolare attenzione ai nuovi cittadini di origine internazionale. L’allestimento, la mediazione culturale e le future proposte espositive sono infatti pensati in dialogo con le comunità, in un’ottica inclusiva e partecipativa.


MUVEC diventa così un laboratorio urbano che interpreta la contemporaneità a partire dalla propria posizione: crocevia, margine e spazio di sperimentazione, un luogo vivo, chiamato a confrontarsi con le sfide del presente e a raccontare una città in trasformazione.


Infine, MUVEC si inserisce in una rete culturale più ampia che comprende l’Emeroteca dell’Arte (attiva dal 2024), la Casermetta 9 di Forte Marghera (2025) e la futura factory del Palaplip, contribuendo alla costruzione di un vero e proprio distretto della contemporaneità. Perché oggi, più che mai, raccontare il contemporaneo significa raccontare la città che cambia.

 
 

Domenica 26 aprile alle 18.00 inaugura da Mondoromulo, galleria di Castelvenere (BN), la mostra personale di Pasquale De Sensi dal titolo Lagado. In esposizione, i collage dell'artista lametino — lavori che richiamano fin dal titolo le vicende narrate da Jonathan Swift ne I Viaggi di Gulliver.

Pasquale De Sensi

Nell'Accademia di Lagado una macchina è in grado di generare conoscenza attraverso la combinazione meccanica e casuale di parole. Il lavoro di De Sensi rovescia il meccanismo: il collage non è generazione casuale, ma ricombinazione secondo il criterio della memoria visiva. La macchina di Lagado può esistere solo perché a manovrarla è un artista — qualcuno che sceglie, che ordina, che risponde del proprio sistema di senso.


«Dopo tre anni dalla bellissima mostra Blues for a Dead Giant, che lanciava una dura critica al capitalismo, sono felice di riportare De Sensi in galleria» dichiara il gallerista Garofano. «Il suo lavoro è un percorso nella storia dell'arte, per le tante citazioni, e nell'antropologia; ma è anche, e soprattutto, presenza politica. L'artista esercita e manifesta in maniera consapevole il suo essere e il suo agire nel mondo. Anche in Lagado possiamo leggere una critica — sempre ironica — e una narrazione grottesca sull'abbandono della conoscenza esperienziale a favore di un'artificiosa intelligenza. L'artista ha tutti i mezzi per generare segni e significati; e noi, guardando, possiamo generare altra conoscenza grazie alla sua mano.»


La mostra è curata da Francesco Creta, che offre una lettura critica del lavoro “Le opere in mostra attraversano l'intera storia dell'arte occidentale, da Bosch al Grande Vetro di Duchamp, senza che il percorso sia mai lineare. Ogni frammento porta con sé la propria storia e insieme se ne distacca, sottoponendosi a una rideterminazione semantica che non chiede permesso all'originale. Ogni immagine prelevata appartiene a uno strato, ha le proprie regole di formazione, e il collage non la traduce: la espone nella sua discontinuità, leggibile e irriducibile al tempo stesso. I temi e i titoli della produzione di De Sensi si interfacciano tra loro, costruiscono una narrazione interna coerente, e al tempo stesso conservano la matrice dei mille progetti non finiti dell'Accademia immaginata da Swift.”


Lagado sarà visitabile da Mondoromulo fino al 26 giugno.

 
 
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