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La Fondazione Musei Civici di Venezia presenta negli spazi del Museo Fortuny la mostra Antonio Scaccabarozzi. Diafanés, progetto a cura di Ilaria Bignotti e Camilla Remondina, in collaborazione con Galleria Clivio e Archivio Antonio Scaccabarozzi.


Museo Fortuny
Antonio Scaccabarozzi - Diafanés, Museo Fortuny, Venezia. Photo: Irene Fanizza

La mostra propone un intervento dedicato a una delle ricerche più rigorose e singolari dell’arte italiana della seconda metà del Novecento, mettendo in relazione l’opera di Antonio Scaccabarozzi (1936–2008) con la figura e l’eredità di Mariano Fortuny. Il confronto, condotto per affinità strutturali più che per analogie formali, indaga una concezione condivisa dell’opera come spazio di attraversamento e di esperienza.


Conosciuto soprattutto per le ricerche pittoriche degli anni Settanta, in cui la componente del calcolo aritmetico si associa a cromie e dimensioni, Scaccabarozzi elabora un linguaggio visuale inedito che trova espressione in membrane traslucide e trasparenti — fogli di acetato o polietilene — capaci di creare luoghi di esplorazione. Opere che indagano le relazioni tra architettura, osservatore e lavoro artistico, esercitando un’influenza duratura su generazioni di artisti contemporanei.


Visionario inventore di tecniche destinate a rivoluzionare il rapporto tra paesaggio e corpo, tra antico e contemporaneo, Mariano Fortuny è riconosciuto per aver progettato forme straordinarie, come la plissettatura, mutando radicalmente l’idea stessa dell’abito. Entrambi possono essere considerati tessitori colti e attentissimi di opere diafane, affidate allo sguardo e all’esperienza del pubblico con la richiesta implicita di essere scrutate e attraversate, di essere viste attraverso le loro stratificazioni, in una contemplazione carica di poesia.


Antonio Scaccabarozzi
Antonio Scaccabarozzi, Senza titolo (Polietilene sagomato), 1999, polietilene tagliato doppio, 76 x 85 cm. Courtesy Galleria Clivio

Il titolo Diafanés rimanda alla qualità dei corpi che si lasciano attraversare dalla luce e offre una chiave di lettura trasversale del progetto. Il percorso espositivo si sviluppa attraverso circa venti opere, comprendendo due interventi in dialogo diretto con le collezioni permanenti del museo. Completano la mostra una sezione dedicata al rapporto tra la ricerca di Scaccabarozzi e il design contemporaneo, con una creazione della stilista Maria Calderara, e un progetto inclusivo rivolto a persone ipo e non vedenti, realizzato dall’Archivio Antonio Scaccabarozzi in collaborazione con l’Istituto dei Ciechi di Milano. Il progetto è affiancato da attività di mediazione e da un public program interdisciplinare.


La mostra assume un ruolo inedito nel contesto veneziano per il legame storico dell’artista con la città: Scaccabarozzi fu rappresentato dalla Galleria del Cavallino, in dialogo con il milieu intellettuale del secondo dopoguerra. Oggi è protagonista, per la prima volta, di una mostra capace di restituire in modo organico la relazione tra la sua opera e Venezia. Le atmosfere acquoree e climatiche della città trovano una profonda risonanza nelle sue opere, caratterizzate da stratificazioni diafane, leggere e mutevoli, che indagano i gradi del visibile, la percezione e il rapporto tra individuo, ambiente e temporalità.


Antonio Scaccabarozzi
Antonio Scaccabarozzi, Merate (Polietilene sagomato), 2000, Polietilene tagliato doppio, 137 x 95 cm. Courtesy Galleria Clivio

LA VITA E L’OPERA

Esponente di una ricerca pittorica analitica e concettuale, Antonio Scaccabarozzi ha sviluppato in oltre quarant’anni di attività un linguaggio coerente e radicale, volto ad analizzare i fondamenti del visivo attraverso un’indagine fenomenologica e matematica del colore nello spazio dell’accadimento pittorico. Dopo le esperienze di area neo-concreta e programmata degli anni Sessanta e le ricerche analitiche degli anni Settanta, l’artista giunge a una piena maturità espressiva in un lavoro insieme concettuale e lirico, in cui il dipingere si configura come un confronto continuo tra misura e libertà, progetto e aleatorietà, calcolo ed emozione.


A partire dagli anni Ottanta, i cicli Quantità libere, Polietileni, Banchise ed Ekleipsis segnano un passaggio decisivo nella sua ricerca. L’adozione del foglio di polietilene come medium privilegiato trasforma la superficie pittorica in una membrana diafana, versatile ed eterea: non più semplice supporto, ma campo operativo in cui la pittura si ridefinisce come evento, processo e relazione nello spazio. Tagliato, piegato, stratificato, sagomato o lasciato floscio, il polietilene diventa opera autonoma, affrontando a un nuovo livello il problema della visione e del suo limite, del recto e del verso della pittura, della sua estensione ambientale.


Come affermava lo stesso artista: «L’idea è di porre l’opera nella zona-limite di forze contrapposte, dove la tensione che si instaura fra la configurazione dell’oggetto e lo sguardo che l’oltrepassa carica questa idea di vitalità». In questa prospettiva, le opere esposte — sospese o adagiate nello spazio — instaurano una relazione attiva con l’architettura di Palazzo Fortuny e con il corpo del visitatore, chiamato a un’esperienza del vedere che si costruisce con l’attraversamento, lo spostamento e la durata.


Con Antonio Scaccabarozzi. Diafanés, il Museo Fortuny si conferma come luogo di ricerca e sperimentazione, offrendo al pubblico un percorso immersivo in cui memoria storica contemporanea dialogano, sollecitando una riflessione sui limiti e sulle potenzialità della percezione visiva.



ANTONIO SCACCABAROZZI. DIAFANÉS

Museo Fortuny, Venezia

28 gennaio – 6 aprile 2026

A cura di Ilaria Bignotti e Camilla Remondina

In collaborazione con Galleria Clivio e Archivio Antonio Scaccabarozzi

 
 

In occasione del centenario della rivista francese Cahiers d’Art, fondata nel 1926 dallo storico dell’arte Christian Zervos, la Collezione Peggy Guggenheim aderisce al programma internazionale di celebrazioni con uno speciale allestimento dedicato alla celebre pubblicazione, all’interno degli spazi della collezione permanente.


Cahiers d'Art
Carhiers d'Art © Collezione Peggy Guggenheim. Ph. Arianna Ferraretto

Una selezione di dieci numeri della storica rivista, che spaziano dagli anni venti agli anni cinquanta, dialoga con opere iconiche del museo, restituendo il ruolo centrale che Cahiers d’Art ebbe nella costruzione della cultura visiva modernista e nel dibattito critico-culturale europeo che accese il XX secolo.

 

Fondata a Parigi come rivista, casa editrice e galleria, Cahiers d’Art costituì un laboratorio sperimentale in cui artisti, scrittori e intellettuali contribuirono a definire un nuovo linguaggio estetico e teorico. Dalle sue pagine passarono Alexander Calder, Claude Cahun, Marcel Duchamp, Vasily Kandinsky, Henri Matisse, Joan Miró, Meret Oppenheim, Pablo Picasso, accanto a poeti e pensatori quali Georges Bataille, Samuel Beckett, Jacques Lacan e Tristan Tzara. L’eccezionale qualità delle riproduzioni, affidate a fotografi tra cui Dora Maar e Man Ray, rese la rivista un vero “museo portatile”, capace di canonizzare l’avanguardia mentre era ancora in formazione

 

La raffinata e attenta selezione presentata a Venezia, acquisita per l’occasione dalla Collezione Peggy Guggenheim grazie a una campagna di raccolta fondi e dunque da oggi parte integrante del patrimonio archivistico del museo, documenta un significativo intreccio storico tra Cahiers d’Art e la Collezione stessa. I dieci numeri della rivista esposti nella sale di Palazzo Venier dei Leoni riproducono infatti opere che sono parte della collezione della mecenate americana, e nel 1955 la stessa Peggy Guggenheim contribuì alla pubblicazione con un testo dedicato a Constantin Brancusi, testimoniando ancora una volta la sua partecipazione attiva alla scena artistica internazionale. “Cahiers d’Art ha reso visibile l’avanguardia mentre stava prendendo forma”, afferma Karole P. B. Vail, Direttrice del museo. “Questa capacità di anticipare il nuovo è un elemento che ci accomuna.


Peggy Guggenheim fu tra le grandi protagoniste di quello stesso panorama culturale, e vogliamo pensare alla Collezione come a un luogo in cui quello spirito di sperimentazione continua a essere coltivato e condiviso.” Con questa iniziativa, il museo rinnova la propria missione nel valorizzare la modernità attraverso le sue forme più innovative, riconoscendo in Cahiers d’Art non solo un testimone del suo tempo, ma anche un agente attivo nella costruzione del modernismo e nella sua eredità contemporanea.

 

Cahiers d'Art
Cahiers d'Art © Collezione Peggy Guggenheim. Ph. Arianna Ferraretto

La Collezione Peggy Guggenheim è la prima istituzione a inaugurare un ciclo di mostre legate al centenario, che nel corso del 2026 coinvolgerà un network di musei internazionali, tra cui MDAM – Collection Zervos, Vézelay, LUMA Arles, Musée national Picasso-Paris, Benaki Museum, Atene, Museum of Modern Art, New York e Museo Reina Sofía, Madrid. Il programma globale, con la partecipazione curatoriale di Daniel Birnbaum, comprende inoltre una pubblicazione celebrativa, Cahiers d’Art. A Century of Modernism, un ciclo di conversazioni e una serie di progetti espositivi presso la sede parigina della rivista.


Dalla sua nascita nel 1926, Cahiers d’Art ha pubblicato 97 numeri e oltre 50 volumi, tra cui il fondamentale Catalogue Raisonné di Picasso. Rilanciata nel 2012 dal collezionista svedese Staffan Ahrenberg, continua a essere una piattaforma di dialogo tra generazioni artistiche, mettendo in relazione figure storiche come Calder e Picasso con voci contemporanee quali Arthur Jafa, Hiroshi Sugimoto, Gabriel Orozco e Rosemarie Trockel.

 
 
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