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Tracey Emin: A Second Life

  • 5 ore fa
  • Tempo di lettura: 4 min

La Tate Modern presenta la più ampia mostra retrospettiva mai dedicata all’opera rivoluzionaria dell’artista di fama mondiale Dame Tracey Emin (nata nel 1963). L’impegno di Emin per un’espressione di sé senza compromessi ha trasformato la nostra comprensione di ciò che l’arte può essere e continua a influenzare l’arte contemporanea, utilizzando il corpo femminile per esplorare passione, dolore e guarigione.


Tracey Emin
Tracey Emin, I never Asked to Fall in Love - You made me Feel like This 2018 © Tracey Emin

Attraverso quarant’anni di straordinaria attività – dalle installazioni seminali degli anni Novanta fino ai dipinti e alle sculture in bronzo più recenti, esposti per la prima volta – A Second Life segna la mostra più significativa della carriera di Emin, ripercorrendo gli eventi chiave che hanno plasmato il suo percorso e la sua trasformazione. Conceputa in stretta collaborazione con l’artista, l’esposizione riunisce oltre 100 opere tra pittura, video, tessile, neon, scultura e installazione, mettendo in luce il suo approccio diretto e viscerale nel condividere esperienze di amore, trauma e crescita personale.


Ripercorrendo l’impegno costante di Emin verso la pittura, la mostra si apre con lavori tratti dalla sua prima personale da White Cube, My Major Retrospective 1982–93, composta da una serie di piccole fotografie dei dipinti realizzati durante gli anni di scuola d’arte negli anni Ottanta e successivamente distrutti in un periodo difficile della sua vita. Queste opere sono presentate accanto a Tracey Emin CV (1995), autoritratto e narrazione in prima persona della sua vita fino a quel momento, e al toccante video Why I Never Became A Dancer (1995), in cui l’artista racconta eventi traumatici della sua adolescenza a Margate. Insieme, questi lavori introducono il pubblico alla voce inconfondibile e alla narrazione intima in prima persona che caratterizzano la sua pratica.


Il profondo legame di Emin con la sua città natale, Margate, attraversa tutta la sua produzione. Lasciata la città a 15 anni, Emin vi fece ritorno sporadicamente tra la tarda adolescenza e i primi vent’anni, prima di trasferirsi a Londra nel 1987 per studiare al Royal College of Art. Dopo la morte della madre a Margate nel 2016 e dopo aver superato un tumore nel 2020, Emin è tornata stabilmente nella città di mare, fondando la Tracey Emin Artist Residency, una scuola d’arte gratuita con studi per artisti. La Tate Modern presenta opere legate alla sua vita a Margate e ai ricordi dell’infanzia, esplorando come l’artista rivisiti e rielabori la propria storia personale. Tra queste, Mad Tracey From Margate: Everybody’s Been There (1997), che espone pensieri intimi attraverso frasi cucite a mano, lettere e disegni, e la scultura lignea It’s Not the Way I Want to Die (2005), ispirata al celebre parco divertimenti Dreamland e riflessione sulle sue ansie e vulnerabilità.


Emin affronta spesso traumi e dolori personali, rompendo il silenzio su temi ancora stigmatizzati. La mostra affronta la sua esperienza di violenza sessuale, con opere come il neon I could have Loved my Innocence (2007) e il ricamo su calicò Is This a Joke (2009). Nel video How It Feels (1996), uno dei suoi lavori più personali, l’artista offre un racconto duro ma potente di un aborto complicato, descrivendo la negligenza istituzionale, le implicazioni fisiche e psicologiche del rifiuto della maternità e la misoginia che lo circonda. Esposto pubblicamente per la prima volta, il quilt The Last of the Gold (2002) presenta un “A to Z dell’aborto”, offrendo consigli alle donne che si trovano in situazioni analoghe.

Al centro della mostra si collocano due installazioni fondamentali: Exorcism of the Last Painting I Ever Made (1996) e My Bed (1998). La prima documenta tre settimane trascorse chiusa in una galleria di Stoccolma nel tentativo di riconciliarsi con la pittura, abbandonata sei anni prima dopo l’esperienza dell’aborto. Segue l’iconica installazione candidata al Turner Prize, che documenta la sua ripresa dopo un crollo psicofisico segnato dall’abuso di alcol. Queste opere segnano il passaggio dalla “prima vita” alla “seconda vita” dell’artista, dopo malattia e interventi chirurgici.


Tracey Emin
Tracey Emin, I followed you to the end 2024. Yale Centre for British Art. © Tracey Emin.

L’esperienza del cancro, della chirurgia e della disabilità è affrontata direttamente nell’esposizione, sottolineando la totale assenza di separazione tra sfera personale e pubblica nella pratica di Emin. La recente scultura in bronzo Ascension (2024), che esplora il nuovo rapporto dell’artista con il proprio corpo dopo un importante intervento per un tumore alla vescica, è affiancata da nuove fotografie che mostrano la stomia con cui oggi vive.


La mostra si conclude con l’esplorazione pittorica della sua “seconda vita”. Se dolore e struggimento restano presenti, le ambiziose tele di grande formato rivelano una qualità trascendente e spirituale, esprimendo una determinazione risoluta a vivere il presente. Non priva di ombre, la scultura Death Mask (2002) dialoga con questi dipinti monumentali, evocando un’esistenza vissuta intensamente. Oltre le pareti del museo, il monumentale bronzo I Followed You Until The End (2023) domina lo spazio esterno della Tate Modern, invitando il pubblico a confrontarsi con la forza viscerale dell’opera di Emin.


Dame Tracey Emin ha dichiarato:«Sono molto emozionata di avere una mostra alla Tate Modern. Per me è uno dei più grandi musei internazionali di arte contemporanea al mondo, ed è qui a Londra. Sento che questa mostra, intitolata “A Second Life”, sarà per me un punto di riferimento. Un momento della mia vita in cui guardo indietro e vado avanti. Una vera celebrazione del vivere.»

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