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Dal 13 febbraio al 4 aprile 2026, 21Art presenta a Treviso una mostra personale di Pascale Marthine Tayou (Nkongsamba, Camerun, 1966), una delle voci più influenti della scena artistica contemporanea internazionale.


Pascale Marthine Tayou
Pascale Marthine Tayou, Little Chalk B, 2015, gessetti e foglie morte su legno, 87 x 116 x 6 cm. Su concessione dell’artista GALLERIA CONTINUA. Copyright: © ADAGP, Paris. Foto: Paul Hennebelle

L’esposizione segna l’inizio della collaborazione tra 21Art e Galleria Continua, da anni punto di riferimento per l’artista e per il suo lavoro, e si inserisce nella strategia di 21Art, società benefit fondata da Alessandro Benetton su un progetto dell’imprenditore Davide Vanin, che punta allo sviluppo di partnership a livello nazionale e internazionale come strumento per sostenere e valorizzare la ricerca artistica contemporanea.


La mostra offre un percorso attraverso memoria, identità e geopolitica, tracciando il rapporto mutevole tra l’umanità e l’alterità che si colloca al centro della pratica di Pascale Marthine Tayou.


Attivo sin dai primi anni Novanta e internazionalmente riconosciuto per la sua partecipazione a Documenta 11 e a diverse edizioni della Biennale di Venezia, Tayou vive e lavora tra Gand e Yaoundé. La sua pratica aperta e poliedrica comprende scultura, installazione, disegno, video e arte tessile, ed è fondata su un deliberato rifiuto di qualsiasi appartenenza geografica o culturale fissa. Il lavoro di Tayou si radica nella consapevolezza che identità, potere e tradizione siano costrutti sociali e simbolici, costantemente soggetti a trasformazione. La nozione di viaggio, sia fisico sia mentale, e l’esperienza dell’incontro con l’Altro sono centrali nella sua ricerca artistica, che si confronta criticamente con le dinamiche del “villaggio globale”.


All’inizio della sua carriera, Tayou ha aggiunto una “e” sia al suo nome che al secondo nome, conferendo loro una desinenza femminile come gesto giocoso volto a prendere le distanze dall’autorità artistica patriarcale e dai ruoli di genere rigidi. Questa resistenza si estende anche a qualsiasi tentativo di confinare la sua pratica a un’origine culturale o geografica specifica, posizione chiaramente illustrata dalla diversità e dalla forza dei lavori presentati presso 21Art Treviso.


La mostra riunisce una selezione significativa di opere emblematiche che spaziano attraverso un’ampia varietà di media.


Tug of War mette in scena un confronto simbolico tra due figure in bronzo, sovvertendo con ironia le dinamiche tradizionali di potere e stimolando una riflessione sulle relazioni di genere e sugli squilibri geopolitici. Con toni ironici, il titolo allude alle tensioni storiche tra le potenze occidentali e le società africane, trasformando il duello in uno spazio di riflessione sulla complementarità, sul potere e sul sottile ribaltamento delle strutture dominanti.


La serie Eseka trae origine da un evento locale, il luogo di un deragliamento ferroviario nella città di Eseka, a circa 100 chilometri da Yaoundé, per creare una metafora universale. Queste opere rappresentano spazi che allo stesso tempo accolgono e respingono, muovendosi nel fragile territorio tra desiderio, trauma e aspirazione.


Pascale Marthine Tayou
Pascale Marthine Tayou, Poupée Pascale, 2019, cristallo e tecnica mista, 63 x 50 x 30 cm. Su concessione dell’artista GALLERIA CONTINUA. Copyright: © ADAGP, Paris

A completare il percorso espositivo, Poupées Pascale e Bantu Towels introducono una dimensione più intima e narrativa. Attraverso materiali come il cristallo, i tessuti cuciti e oggetti di uso quotidiano, Tayou costruisce forme ibride che favoriscono il dialogo tra culture, memorie e simboli. L’atto del cucire e dell’assemblare pone la sfera domestica al centro del processo creativo, trasformandola in un luogo di collaborazione, trasmissione e rinnovamento.


Avviati nel 2012, i Charcoal Frescoes sono composizioni che uniscono un’estetica decorativa a una lettura critica del mondo contemporaneo. Sotto la loro apparente bellezza formale, questi lavori a carboncino funzionano come acute riflessioni politiche, affrontando temi quali l’estrazione delle risorse, le relazioni di lavoro e il consumo. Accanto a questi recenti Charcoal Frescoes, Tayou presenta anche una serie di nuovi affreschi a gesso. Gesso e carboncino sono due materiali fondamentali nella pratica di Pascale Marthine Tayou, qui messi in dialogo per sottolineare la continuità e la coerenza materica della sua ricerca artistica. La mostra include opere molto recenti di entrambe le serie, a testimonianza della loro attualità, oltre a un inedito Charcoal Fresco, presentato per la prima volta a Treviso.


Nel suo insieme, l’esposizione rivela una pratica complessa e stratificata, in cui la sperimentazione estetica è inseparabile dalla critica sociale e politica. Il lavoro di Tayou diventa uno spazio di incontro e di consapevolezza, capace di affrontare le tensioni contemporanee e di invitare a rinnovate forme di interpretazione e dialogo.



Pascale Marthine Tayou

13 Febbraio - 4 Aprile 2026

21Art in collaborazione con Galleria Continua

Viale della Repubblica 3, Villorba (TV)

 
 

Dal 12 febbraio al 7 marzo 2026 gli spazi milanesi di Cadogan Gallery ospitano On Formality, mostra personale dell’artista polacco Tycjan Knut (Varsavia, 1985) che espone per l’occasione un nuovo gruppo di opere in cui esplora la forma spingendola oltre i limiti del quadrato e della cornice.

On Formality
Tycjan Knut, On Formality 24, 2025, acrylic on canvas, 100 x 80 cm. Photo credit The Artist. Courtesy of Cadogan Gallery

Allontanandosi dai formati tradizionali, Knut realizza le sue opere su tele sagomate su misura, asimmetriche, trasformando il supporto stesso in elemento attivo che destabilizza il rapporto convenzionale tra figura e sfondo, introducendo momenti di pausa, ambiguità e tensione spaziale.

Le nuove opere esposte in On Formality raccontano di una pittura come luogo di negoziazione più che di risoluzione, dove i limiti vengono messi alla prova, la forma è sospesa e l’atto del guardare si espande.

 

I dipinti sono stati realizzati nel corso di diversi mesi trascorsi in isolamento nella campagna polacca, in un villaggio chiamato Dry Forest, località remota priva di connessione a internet; questo deliberato allontanamento ha permesso a Knut di confrontarsi con temi concettuali come la struttura, il processo, la durata. In questo contesto, la sua pratica pittorica si configura come un esercizio di riduzione e attenzione, in cui minime deviazioni acquistano significato e la tensione tra controllo e dissoluzione rimane sospesa.


L’artista stesso afferma: “nella pittura cerco di affidarmi completamente all’intuizione, perché nella sua essenza mi sembra la forma più pura. Per coltivare questa qualità nel mio lavoro, rinuncio a ogni forma di preparazione”. Per le sue opere trae ispirazione dall’arte astratta geometrica del Novecento, in particolare da maestri meno noti; le sue opere risuonano di questa tradizione ma ne superano i confini, libere dai vincoli della formula e oltre le tendenze storiche di riferimento.


Molte delle sue opere sono costruite da linee sovrapposte, sottilissime e aerografate, sviluppate mediante un processo più vicino alla costruzione tessile che al gesto pittorico: qui la forma non viene affermata, ma accumulata, emergendo gradualmente da ripetizione e densità. Sottili variazioni tonali e scarti quasi impercettibili generano superfici che appaiono silenziose e controllate, pur mantenendo un senso latente di movimento e creando una continua illusione spaziale.



Tycjan Knut. On Formality

12 febbraio - 7 marzo 2026

Cadogan Gallery | Via Bramante 5, Milano

 
 

La Fondazione Musei Civici di Venezia presenta negli spazi del Museo Fortuny la mostra Antonio Scaccabarozzi. Diafanés, progetto a cura di Ilaria Bignotti e Camilla Remondina, in collaborazione con Galleria Clivio e Archivio Antonio Scaccabarozzi.


Museo Fortuny
Antonio Scaccabarozzi - Diafanés, Museo Fortuny, Venezia. Photo: Irene Fanizza

La mostra propone un intervento dedicato a una delle ricerche più rigorose e singolari dell’arte italiana della seconda metà del Novecento, mettendo in relazione l’opera di Antonio Scaccabarozzi (1936–2008) con la figura e l’eredità di Mariano Fortuny. Il confronto, condotto per affinità strutturali più che per analogie formali, indaga una concezione condivisa dell’opera come spazio di attraversamento e di esperienza.


Conosciuto soprattutto per le ricerche pittoriche degli anni Settanta, in cui la componente del calcolo aritmetico si associa a cromie e dimensioni, Scaccabarozzi elabora un linguaggio visuale inedito che trova espressione in membrane traslucide e trasparenti — fogli di acetato o polietilene — capaci di creare luoghi di esplorazione. Opere che indagano le relazioni tra architettura, osservatore e lavoro artistico, esercitando un’influenza duratura su generazioni di artisti contemporanei.


Visionario inventore di tecniche destinate a rivoluzionare il rapporto tra paesaggio e corpo, tra antico e contemporaneo, Mariano Fortuny è riconosciuto per aver progettato forme straordinarie, come la plissettatura, mutando radicalmente l’idea stessa dell’abito. Entrambi possono essere considerati tessitori colti e attentissimi di opere diafane, affidate allo sguardo e all’esperienza del pubblico con la richiesta implicita di essere scrutate e attraversate, di essere viste attraverso le loro stratificazioni, in una contemplazione carica di poesia.


Antonio Scaccabarozzi
Antonio Scaccabarozzi, Senza titolo (Polietilene sagomato), 1999, polietilene tagliato doppio, 76 x 85 cm. Courtesy Galleria Clivio

Il titolo Diafanés rimanda alla qualità dei corpi che si lasciano attraversare dalla luce e offre una chiave di lettura trasversale del progetto. Il percorso espositivo si sviluppa attraverso circa venti opere, comprendendo due interventi in dialogo diretto con le collezioni permanenti del museo. Completano la mostra una sezione dedicata al rapporto tra la ricerca di Scaccabarozzi e il design contemporaneo, con una creazione della stilista Maria Calderara, e un progetto inclusivo rivolto a persone ipo e non vedenti, realizzato dall’Archivio Antonio Scaccabarozzi in collaborazione con l’Istituto dei Ciechi di Milano. Il progetto è affiancato da attività di mediazione e da un public program interdisciplinare.


La mostra assume un ruolo inedito nel contesto veneziano per il legame storico dell’artista con la città: Scaccabarozzi fu rappresentato dalla Galleria del Cavallino, in dialogo con il milieu intellettuale del secondo dopoguerra. Oggi è protagonista, per la prima volta, di una mostra capace di restituire in modo organico la relazione tra la sua opera e Venezia. Le atmosfere acquoree e climatiche della città trovano una profonda risonanza nelle sue opere, caratterizzate da stratificazioni diafane, leggere e mutevoli, che indagano i gradi del visibile, la percezione e il rapporto tra individuo, ambiente e temporalità.


Antonio Scaccabarozzi
Antonio Scaccabarozzi, Merate (Polietilene sagomato), 2000, Polietilene tagliato doppio, 137 x 95 cm. Courtesy Galleria Clivio

LA VITA E L’OPERA

Esponente di una ricerca pittorica analitica e concettuale, Antonio Scaccabarozzi ha sviluppato in oltre quarant’anni di attività un linguaggio coerente e radicale, volto ad analizzare i fondamenti del visivo attraverso un’indagine fenomenologica e matematica del colore nello spazio dell’accadimento pittorico. Dopo le esperienze di area neo-concreta e programmata degli anni Sessanta e le ricerche analitiche degli anni Settanta, l’artista giunge a una piena maturità espressiva in un lavoro insieme concettuale e lirico, in cui il dipingere si configura come un confronto continuo tra misura e libertà, progetto e aleatorietà, calcolo ed emozione.


A partire dagli anni Ottanta, i cicli Quantità libere, Polietileni, Banchise ed Ekleipsis segnano un passaggio decisivo nella sua ricerca. L’adozione del foglio di polietilene come medium privilegiato trasforma la superficie pittorica in una membrana diafana, versatile ed eterea: non più semplice supporto, ma campo operativo in cui la pittura si ridefinisce come evento, processo e relazione nello spazio. Tagliato, piegato, stratificato, sagomato o lasciato floscio, il polietilene diventa opera autonoma, affrontando a un nuovo livello il problema della visione e del suo limite, del recto e del verso della pittura, della sua estensione ambientale.


Come affermava lo stesso artista: «L’idea è di porre l’opera nella zona-limite di forze contrapposte, dove la tensione che si instaura fra la configurazione dell’oggetto e lo sguardo che l’oltrepassa carica questa idea di vitalità». In questa prospettiva, le opere esposte — sospese o adagiate nello spazio — instaurano una relazione attiva con l’architettura di Palazzo Fortuny e con il corpo del visitatore, chiamato a un’esperienza del vedere che si costruisce con l’attraversamento, lo spostamento e la durata.


Con Antonio Scaccabarozzi. Diafanés, il Museo Fortuny si conferma come luogo di ricerca e sperimentazione, offrendo al pubblico un percorso immersivo in cui memoria storica contemporanea dialogano, sollecitando una riflessione sui limiti e sulle potenzialità della percezione visiva.



ANTONIO SCACCABAROZZI. DIAFANÉS

Museo Fortuny, Venezia

28 gennaio – 6 aprile 2026

A cura di Ilaria Bignotti e Camilla Remondina

In collaborazione con Galleria Clivio e Archivio Antonio Scaccabarozzi

 
 
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