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25 giugno 2026 - 3 gennaio 2027

Julien Levy, Frida Kahlo 1938. © Courtesy Philadelphia Museum of Art
Julien Levy, Frida Kahlo 1938. © Courtesy Philadelphia Museum of Art

Questa settimana la Tate Modern inaugura la prima grande mostra dedicata a esplorare come Frida Kahlo (1907–1954) sia diventata un’icona globale e una figura di riferimento per generazioni di artisti. Attraverso le opere degli artisti che ha influenzato e una selezione dei suoi lavori più significativi, Frida: The Making of an Icon ripercorre l’ascesa straordinaria di Kahlo da pittrice relativamente poco conosciuta a fenomeno culturale mondiale. Realizzata in collaborazione con il Museum of Fine Arts, Houston, la mostra analizza come la sua arte e la sua vicenda personale abbiano ispirato artisti appartenenti a linguaggi, movimenti e comunità differenti in tutto il mondo.


Per la prima volta nel Regno Unito dopo oltre vent’anni, il pubblico ha l’opportunità di osservare l’intero percorso evolutivo di Frida Kahlo. Oltre trenta opere dell’artista, tra cui numerosi autoritratti raramente esposti, sono presentate accanto a fotografie e oggetti personali. Partendo dalla storica retrospettiva organizzata dalla Tate Modern nel 2005, questa nuova esposizione approfondisce l’influenza di Kahlo sulla storia dell’arte, mettendo il suo lavoro in dialogo con artisti moderni e contemporanei provenienti da tutto il mondo che si sono confrontati con la sua estetica, la sua identità e la sua biografia. Il percorso mostra come la sua figura continui a essere reinterpretata e riappropriata dalle nuove generazioni, consolidando il suo ruolo tra le personalità più influenti della storia dell’arte.


La mostra si apre con una riflessione sul modo in cui Kahlo costruisce e mette in scena la propria identità attraverso la pittura e lo stile personale. Attraverso opere, fotografie e documenti, i visitatori scoprono come l’artista abbia rappresentato le sue molteplici identità, da quella privata a quella politica, da quella fisica a quella spirituale. Tra i capolavori esposti figurano Self-Portrait (With Velvet Dress) del 1926 e Self-Portrait with Loose Hair del 1938, autoritratti nei quali emergono il legame con le radici messicane, l’autodeterminazione dell’immagine di sé, gli ideali femministi e l’esperienza della disabilità.


Queste opere sono presentate in dialogo con lavori di protagonisti del cosiddetto “Rinascimento messicano”, come il ritratto di Frida realizzato da Diego Rivera intorno al 1935 e Dream and Premonition del 1947 di María Izquierdo, evidenziando gli scambi artistici e intellettuali che hanno contribuito a definire la sua ricerca. Completano questa sezione fotografie, materiali d’archivio, gli iconici abiti tehuana di Kahlo e alcuni degli oggetti più preziosi appartenuti alla sua collezione personale.


Diego Rivera , Portrait of Frida Kahlo c.1935. Los Angeles County Museum of Art.
Diego Rivera , Portrait of Frida Kahlo c. 1935. Los Angeles County Museum of Art.

Il cuore della mostra è dedicato alle connessioni tra Frida Kahlo e il Surrealismo. Sebbene l’artista abbia sempre rifiutato questa definizione, la sua opera presenta evidenti affinità con il movimento, tanto che il suo fondatore, André Breton, la definì una «surrealista nata da sé». Dopo la sua prima mostra personale alla Julien Levy Gallery di New York nel 1938, Breton la invitò a esporre a Parigi, dove la collezione nazionale francese acquisì il suo autoritratto The Frame (1938).

La Tate Modern presenta quest’opera insieme ad altri capolavori come Diego and Frida (1929), Survivor (1938), Memory (The Heart) (1937) e Girl with a Death Mask (1938). Accostati a dipinti e fotografie di artisti attivi in America Latina, tra cui Kati Horna e Leonor Fini, questi lavori evidenziano un immaginario condiviso fatto di maschere, scheletri, sogni e riflessioni sulla morte, temi centrali tanto nella ricerca di Kahlo quanto nelle pratiche surrealiste.


Sebbene il nome di Frida Kahlo abbia iniziato a circolare negli ambienti artistici statunitensi già nei primi anni Trenta, la sua consacrazione internazionale avvenne solo diversi decenni più tardi. Tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta, il movimento Chicana/o negli Stati Uniti la adottò come simbolo di orgoglio culturale e resistenza politica, celebrandone la forza, la resilienza e la creatività. Nato nel contesto delle lotte per i diritti civili delle comunità di origine messicana, questo movimento vide nell’artista un modello identitario capace di rappresentare esperienze di appartenenza, marginalità e autodeterminazione.

La mostra approfondisce il modo in cui opere come My Dress Hangs There (1933–1938), che esprime il rapporto ambivalente di Kahlo con gli Stati Uniti, abbiano trovato una forte risonanza tra migranti messicani e comunità Chicana/o, trasformandola in una fonte d’ispirazione duratura. Il percorso espositivo mette inoltre in evidenza una nuova generazione di artisti attivi in Messico tra gli anni Ottanta e Novanta, che hanno rielaborato la sua eredità. Artisti come Nahúm B. Zenil e Georgina Quintana recuperano immagini, simboli e tradizioni della cultura messicana per interrogare criticamente ideali nazionalisti, strutture patriarcali e convenzioni legate al genere e all’identità.

 

Maria Izquierdo, Dream and Premonition  1947. Rocio and Boris Hirmas Collection
Maria Izquierdo, Dream and Premonition  1947. Rocio and Boris Hirmas Collection

L’ascesa del femminismo in Messico e negli Stati Uniti tra gli anni Settanta e Ottanta contribuì a rinnovare l’interesse per la rivoluzionaria autorappresentazione di Frida Kahlo. I suoi autoritratti, nei quali appare con i capelli corti, un lieve baffo e abiti maschili, così come le opere dedicate al parto e alla sessualità femminile, sfidarono apertamente le convenzioni culturali e i ruoli di genere del loro tempo.

La mostra della Tate Modern celebra l’influenza duratura esercitata da Kahlo sulle artiste attive in Messico, nelle Americhe e in Europa dagli anni Settanta fino a oggi. Le sue opere sono messe in dialogo con quelle di Kiki Smith, Judy Chicago e Ana Mendieta, dando vita a confronti visivi incentrati sui temi dell’identità, della violenza, del corpo e del rapporto tra essere umano e natura.

L’esposizione evidenzia inoltre il lavoro di numerosi artisti contemporanei che reinterpretano l’iconografia di Kahlo o ne assumono simbolicamente le sembianze per affrontare questioni legate alla razza, al genere, alla sessualità e alla disabilità. Tra questi figurano Yasumasa Morimura, Martine Gutierrez e Berenice Olmedo.


La mostra si conclude con una riflessione sulla trasformazione di Frida Kahlo in un vero e proprio marchio globale, capace di superare i confini della sua produzione artistica per estendersi alla sua immagine, al suo stile e alla sua figura pubblica. Una sezione intitolata Fridamania riunisce oltre duecento oggetti derivati dalla commercializzazione di massa della sua immagine, raccontando la nascita della sua eredità commerciale.

Attraverso la concessione dei diritti sulla propria immagine e le collaborazioni con grandi marchi internazionali, il volto di Kahlo è entrato stabilmente nella cultura popolare, comparendo su magliette, bottiglie di tequila, bambole Barbie, profumi e numerosi altri prodotti. A completare questa riflessione sono esposti materiali legati alla moda e alla cultura pop, insieme alla celebre biografia pubblicata nel 1983 da Hayden Herrera, oggi tradotta in oltre venticinque lingue e considerata uno degli elementi fondamentali nella costruzione del mito contemporaneo di Frida Kahlo.



Informazioni

Frida: The Making of an Icon

25 giugno 2026 – 3 gennaio 2027

Tate ModernBankside, SE1 9TG, Londra

Orari di apertura

Tutti i giorni dalle 10:00 alle 18:00

Venerdì e sabato apertura prolungata fino alle 21:00.

 
 

Aggiornamento: 24 giu


24 giugno - 16 ottobre 2026

A cura di Sergio Risaliti

Paolo Canevari, DIO, 2008, gomma di pneumatici, 160x63x33 cm
Paolo Canevari, DIO, 2008, gomma di pneumatici, 160x63x33 cm

Tornano le grandi mostre al Forte Belvedere e ad inaugurarle, il 24 giugno, sarà “Drama: Four Acts”, un progetto della Fondazione MUS.E, con il coordinamento scientifico del Museo Novecento promosso da Comune di Firenze, composto da tre mostre ideate e curate da Sergio Risaliti. Si inizia con “God Year” di Paolo Canevari (Roma, 1963), mostra inedita costruita attraverso un dialogo tra il curatore e l’artista.

Tra gli artisti italiani più conosciuti a livello internazionale, Canevari è noto per l’utilizzo di differenti materiali e medium, quali il disegno, il video, la scultura, l’installazione e la performance. Nella sua pratica interdisciplinare utilizza oggetti e simboli comuni facilmente riconoscibili al fine di commentare e, spesso, decostruire e criticare ideologie, credenze religiose e narrazioni politiche, oltre ai grandi miti del progresso e della felicità sociale. Cresciuto a contatto con le pratiche delle avanguardie contemporanee (arte povera, arte concettuale, performing art), educato alla scultura in ambito familiare, ha sempre saputo rileggere in senso nuovo l’arte classica e rinascimentale, quella moderna e del modernismo. Questa specificità ha permesso all’artista di muoversi nel mondo con intelligenza, sia teorica sia pratica.


«Paolo Canevari è uno degli artisti italiani più autorevoli e riconosciuti a livello internazionale, capace di interrogare il nostro tempo attraverso opere che parlano di memoria, conflitto, potere e coscienza civile. Con “God Year” il Forte Belvedere torna ad accogliere una grande mostra contemporanea, offrendo ai cittadini e ai visitatori un’esperienza intensa e stimolante. È un progetto che conferma la volontà di Firenze di essere non solo custode del proprio straordinario patrimonio, ma anche luogo di produzione culturale, confronto e riflessione sul presente». – Giovanni Bettarini, assessore alla cultura del Comune di Firenze.


Esodo, 1997, installazione Galleria C. Stein Milano, 2019
Esodo, 1997, installazione Galleria C. Stein Milano, 2019

«L’arte di Canevari pone lo spettatore di fronte alla realtà più dura e tragica, comunicando la violenza fratricida, i sistemi di sopraffazione e strumentalizzazione, organizzati come linguaggio, comportamenti, stereotipi, immagini dei nostri tempi, e lo fa senza la retorica tipica dei media, talvolta complici di travisamenti di fatti e immagini, nonché di manipolazioni del senso delle parole e dei simboli. Canevari sembra dirci: il re è nudo. Le sue opere svelano con leggerezza e ironia il cinismo dell’Economia e del Capitale, la natura distruttiva e oppressiva del Potere, quello omologante di ogni Ideologia, proponendo l’opera d’arte come oggetto materico, ansioso e perturbante. Come strumento di crescita cognitiva, di sensibilizzazione, rigenerazione creativa. Arte che si oppone al desiderio di morte e alle pulsioni distruttive con un’arte critica, coraggiosa, che conosce l’amato e il dolce, l’innocenza e la malinconia, che coniuga la verticalità dell’icona con la facilità comunicativa degli oggetti familiari, dei simboli universali. Sa sfruttare i doppi sensi e i calembour concettuali, per un’opera aperta e un sentimento di partecipazione compassionevole ai destini del mondo, al farsi della storia, alle avventure dell’esistente. Un controcanto lirico e drammatico alle sirene del Potere» – Sergio Risaliti, direttore del Museo Novecento.


L’immagine, per Canevari, ha una funzione complessa, non riducendosi mai a una semplice informazione o una mera didascalia. Si tratta di uno strumento poetico e iconico utile alla presa di coscienza e alla crescita cognitiva. Dal punto di vista iconico e simbolico è sempre trattata e fatta funzionare come un’esperienza aperta, dai significati plurimi. Una Rolls-Royce è tatuata con il messaggio “HO FAME”; un bambino palleggia con un cranio tra le rovine di palazzi bombardati; piccoli e grandi carri armati realizzati con la ‘pelle’ degli pneumatici trasformano il gioco in immagine di guerra e viceversa. Una figura lignea della Vergine Maria sorregge uno pneumatico sulla testa come se fosse un’aureola; cappi realizzati con la gomma delle camere d’aria evocano immagini di sacrificio e condanna; un uomo (l’artista in persona) vestito elegantemente di nero accoglie a braccia aperte un ordigno che cade dal cielo. Uno pneumatico tagliato serve a costruire sulla parete la parola Dio, accoppiando la dimensione materialistica della civiltà industriale con quella spirituale, il movimento orizzontale (l’auto) con quello verticale (la teologia).


Canevari lavora spesso sull’ambiguità dei segni, dei materiali e delle forme, trasformando le immagini più familiari in presenze inquietanti, in dispositivi critici e decostruttivi. La sua ricerca nasce dalla tensione tra il linguaggio dell’arte e quello della realtà, tra estetica e politica, mettendo in dialogo, e spesso in conflitto, simboli culturali, emblemi del potere, riferimenti alla storia politica e religiosa, miti collettivi, stereotipi e luoghi comuni, oggetti della vita quotidiana. Attraverso queste opposizioni costruisce una visione tragica dell’esistenza contemporanea, in cui ogni simbolo può rivelare il proprio lato oscuro e ogni immagine può caricarsi di significati contraddittori e universali.

Paolo Canevari, ThAnks, 2005, gomma di pneumatico, legno
Paolo Canevari, ThAnks, 2005, gomma di pneumatico, legno

La riflessione sulla violenza, sulla memoria e sui meccanismi di controllo, separazione e censura che attraversano la società contemporanea viene posta al centro attraverso l’utilizzo di materiali poveri e industriali, come la gomma degli pneumatici, che diventa metafora della condizione sociale e dei pericoli che nascono con lo sfruttamento delle risorse energetiche. Il petrolio, i suoi derivati, l’industria automobilistica, sono messi sotto accusa. L’oro nero è tra i più potenti strumenti di supremazia nella geopolitica, coefficiente di ricchezza e predominio globale. La risorsa, ad oggi necessaria al progresso, è anche quell’elemento che può scatenare guerre e crisi finanziarie. Esemplare è l’opera intitolata “Landscape": una bandiera americana copre una pila di bidoni e pneumatici, che appaiono come un feretro. Si tratta di una potente, icastica riflessione sullo stretto legame tra la miscela oleosa e la grande potenza americana.

Il titolo stesso della mostra, “God Year”, è un’espressione ricavata dal nome di una delle più note industrie di pneumatici che evoca “l’anno del Signore”, mostrando quanto sia sottile il confine tra sacro e profano, tra portatori di pace e produttori di morte, tra progresso e povertà, tra verità e false retoriche.


In molte opere l’artista ricorre inoltre alla dimensione del gioco e del sacrificio, due elementi solo apparentemente opposti. Il gioco assume una funzione insieme catartica e perversa: dietro la leggerezza dell’azione ludica si celano dinamiche di sopraffazione, rituali collettivi e forme simboliche cariche di violenza. Il sacrificio, a sua volta, richiama archetipi antichi e strutture profonde dell’inconscio collettivo, diventando uno strumento attraverso cui Canevari interroga le contraddizioni della storia e della contemporaneità, le pulsioni e gli istinti mortiferi e distruttivi che nutrono e pervadono gli esseri umani, il gruppo, gli adepti, le masse guidate o sottomesse da valori e ideali di morte o di supremazia razziale. È proprio in questa oscillazione tra innocenza e crudeltà, tra ironia e tragedia, tra gioco e violenza che la sua opera trova una delle sue espressioni più potenti.


In collaborazione con Galleria Christian Stein e con Petri Corse Automobili Rolls-Royce Sales & Service Specialist Firenze.


 
 

Inaugurazione 24 giugno, ore 18.30


25 giugno- 2 agosto 2026

Curatela di Paola Lagonigro e Laura Leuzzi

The Abstract Films: Sculpting Narratives in Space ENG
The Abstract Films: Sculpting Narratives in Space

Dal 25 giugno al 2 agosto 2026 il Teatro 2 del Mattatoio di Roma accoglie The Abstract Films: Sculpting Narratives in Space (2023-2025), progetto dell’artista italiana Chiara Passa che arriva per la prima volta nella capitale con una serie di quattro opere immersive e interattive: Yellow Film, Black & White Film, Red Film e Blue Film.


Promossa da Roma Capitale, Azienda Speciale Palaexpo e Fondazione Mattatoio – Città delle Arti, la mostra mette in scena un sistema narrativo in costante trasformazione, dove immagini digitali, intelligenza artificiale, suono e architettura costruiscono un ambiente partecipativo che cambia a ogni interazione.


La ricerca di Passa si muove da anni sul confine tra spazio fisico e spazio virtuale. In questa occasione il dialogo si sviluppa all’interno degli ambienti monumentali dell’ex complesso industriale romano, un luogo carico di memoria materiale che diventa parte integrante dell’opera. Le superfici consumate dal tempo, le strutture metalliche e le geometrie irregolari del Mattatoio vengono assorbite e reinterpretate da quattro LED wall collocati a terra, trasformati in vere e proprie membrane digitali capaci di amplificare, alterare o reinventare l’architettura esistente.


L’esperienza proposta al pubblico sfugge alla linearità del racconto tradizionale. Ogni film introduce una modalità diversa di partecipazione. Yellow Film affida la costruzione della storia a trenta buste interattive che attivano combinazioni narrative sempre differenti. In Black & White Film entrano in gioco oggetti scultorei che modificano il montaggio delle sequenze. Blue Film e Red Film coinvolgono invece l’intelligenza artificiale, che propone prompt e variazioni sonore capaci di orientare continuamente il percorso dello spettatore.


The Abstract Films: Sculpting Narratives in Space, blue eng



The Abstract Films: Sculpting Narratives in Space, blue
The Abstract Films: Sculpting Narratives in Space, blue

L’incontro tra archeologia industriale e astrazione digitale genera un campo di forze in cui materia, luce e movimento si riscrivono reciprocamente. Attraverso domande generate dall’intelligenza artificiale che appaiono sotto forma di pulsanti e oggetti interattivi, il pubblico è invitato ad attivare una narrazione fluida e non lineare, dove la memoria del luogo si intreccia con la proiezione astratta di nuovi spazi possibili.

Lo spazio del Mattatoio diventa una membrana computazionale attraversata da immagini algoritmiche, interazioni sonore e architetture astratte in costante mutazione.


Ciascuno dei quattro film presenta una diversa modalità di interazione con il pubblico:

Yellow Film: remix narrativo attraverso trenta buste interattive a ritmo di una colonnasonora elettronica di suspense.

Black & White Film: manipolazione narrativa attraverso trenta oggetti scultorei e sequenze al ritmo di un tecno minimalismo sonoro.

Blue Film: prompt AI ed effetti sonori remixati guidano un’esperienza dinamica e mutevole.

Red Film: prompt AI e interazioni sonore e cromatiche reindirizzano continuamente il flusso narrativo.


The Abstract Films: Sculpting Narratives in Space, bn ENG
The Abstract Films: Sculpting Narratives in Space, bn

Nel loro insieme, le opere compongono un ecosistema immersivo e partecipativo in cui l’architettura si espande, si riflette e si dissolve in astrazioni digitali. Il pubblico diventa parte di una nuova cartografia emotiva, dove memoria urbana, archeologia industriale e immaginazione algoritmica coesistono nello stesso spazio.

La mostra sarà accompagnata da un catalogo illustrato, che sarà presentato a settembre, a cura di Lagonigro e Leuzzi, con testi delle curatrici e dell’artista e curatore, pioniere dell’arte digitale croata, Darko Friz. 

Nell’ambito della mostra saranno organizzate due visite guidate a cura delle curatrici: il 14 luglio alle ore 18.00 con Paola Lagonigro e il 22 luglio alle ore 18.00 con Laura Leuzzi. Entrambi gli appuntamenti offriranno l’occasione di approfondire il percorso espositivo e la ricerca dell’artista.


 
 
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