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" Faccio film per me stesso. Sono io il pubblico ". Questa affermazione, riportata nel libro, spiega chi era Sam Packinpah. Il Mucchio Selvaggio è un film che, col tempo, è divenuto imprescindibile da tantissimi punti di vista. Questo libro ne racconta le mirabolanti vicende.




Questo libro ne racconta le mirabolanti vicende. Il periodo in cui il film fu girato rappresenta tuttora un’era unica di creatività e disponibilità a rischiare. E’ il prodotto di un regista unico, Sam Packinpah, autore che faticò tantissimo per arrivare al punto. Un’etica desunta dalla conoscenza di veri cowboys ne faceva un personaggio unico. Il rifiuto di quello che erano diventati gli Stati Uniti, unito ad un amore romantico per il Messico, furono il passaggio obbligato verso tale film. Sfida nell’Alta Sierra ( 1961 ) era stato un film di buon successo di Packinpah. Ma ciò non durò a lungo. L’autore fu ingaggiato per quello che, dopo numerosi tagli imposti dai produttori, sarebbe diventato Sierra Charriba ( 1965 ). Già da questo si può comprendere la travagliata genesi della scrittura e registrazione de Il Mucchio Selvaggio. In questo senso il libro ricorda, doverosamente, il lavoro iniziale sul soggetto e sulla sceneggiatura di Walon Green e Roy N. Sickner. Anche altri autori trovano riscontro in tale sottobosco. Poi arrivò Packinpah, regista di westner che veniva dal West, e la storia prese un’altra piega. Il libro ci racconta della cultura cinematografica del regista ma anche delle sue esperienze esistenziali come, ad esempio, la conoscenza del Messico e della sua musica. All'inizio della carriera arrivarono le prime esperienze teatrali e nella televisione. Certi film, come Il cavaliere della valle solitaria ( 1953 ) o Il fiume rosso ( 1948 ), avranno grande influenza sulla sua poetica che avrà la prima occasione di esprimersi nella serie tv The Westerner ( 1960 ). Già qui però ci saranno i primi contrasti con i produttori. Ci saranno le prime esperienze con il cinema ma sarà ancora la tv, con Noon Wine ( 1966 ) a dargli una nuova possibilità. Il 1967 lo vide lavorare sul copione de Il Mucchio Selvaggio ma anche su una produzione, che non giunse per il nostro a nessuna conclusione, su Pancho Villa. Tutto ciò rappresenterà, comunque, una modalità per immergersi nella Rivoluzione messicana che, in ogni caso, gli sarà utilissima nell’immediato futuro. Per un pungo di dollari di Sergio Leone, quando giunse nel 1967 nelle sale cinematografiche statunitensi, ebbe grandissimo successo. Da ciò la Warner Bros – Seven Arts ebbe l'impulso per affidare a Sam Packinpah la regia de Il Mucchio Selvaggio. Qui il libro si ferma per varie pagine, giustamente, sulle difficoltà del progetto, sui ripensamenti del regista, sugli attori chiamati ad interpretare i personaggi del film e tanto altro. Le peripezie in fase di ripresa non furono da meno, ad esempio l’uso per sbaglio, in certe scene, di pallottole vere. Sam Packinpah dimostrò un vigore inesausto in tale produzione. Certi cliché dei western vennero ribaditi per darne un’interpretazione unica, anche appoggiandosi alla casualità. Il produttore Phil Feldman e il regista ebbero parecchie divergenze ma si trovarono dei compromessi. Il libro si sofferma pure sulle varie carriere cinematografiche che si affacciarono alla pellicola. Un’altra peculiarità del film fu che i rapporti tra uomini e donne non mostrarono alcun atteggiamento sexy o di stereotipie etniche. Nella manifestazione dei personaggi i peggiori furono dei bianchi, i migliori sono degli indios. Una delle scene più rocambolesche da girare fu quella della rapina al treno, con l’uso di una vera locomotiva per il trasporto di truppe e armi proprio del periodo della Rivoluzione messicana. La scena spettacolare dell’esplosione del ponte rimane poi, ancora oggi, un pezzo unico dal punto di vista cinematografico. Fu, senza giri di parole, un film complicatissimo da portare avanti e a termine. Alla fine di tutte le riprese si racconta che il regista scoppiò in un pianto liberatorio. Inoltre, mentre lavorava al montaggio de Il Mucchio Selvaggio, era già alle prese con una nuova pellicola che sarebbe diventata La ballata di Cable Hogue. All’uscita il film non ebbe subito buone critiche e scandalizzò parecchio. Martin Scorsese però, dopo la visione, rimase piacevolmente sbalordito. Pian piano la pellicola fu capita anche da altri. Prima dell’uscita ufficiale nelle sale, nonostante il parere di Packinpah, il film subì dei tagli. Non ebbe successo in Messico, in Usa non fu campione d’incassi ma non fu nemmeno un fallimento. Divenne però un film di culto. Il western non fu più lo stesso mentre Sam Packinpah continuò a sfornare pellicole uniche. Il Mucchio Selvaggio è perciò un unicum nel suo genere perché è andato oltre gli steccati della categoria. E rimane, imperituro, un grandissimo film.


Stefano Taddei

W.K. Stratton


Il Mucchio Selvaggio

Sam Packinpah, una rivoluzione a Hollywood e la storia di un film leggendario


Jimenez Edizioni


pp. 420

 
 

La fotografia è stata per tanto tempo una sorta di cattura più o meno veritiera nel reale. Con il digitale l’immagine ora è solo l’inizio di un processo infinitamente modificabile.




Permaniamo poi in congiunture in cui tutto è apparenza. Pare quindi scadere il senso della mera fotografia di referenza più o meno certa e il digitale diventa un tutto a posteriori con cui continuamente confrontarci. Già i media ci hanno propinato esempi di fotomontaggi accurati dovuti solo a testimoni oculari. Non solo questo ma tanto altro in potenziale potrà far maturare una diversa fotografia e farla andare oltre i soliti codici. Essa infatti deve porci domande dove i media sembrano essere l’unica visione possibile. Esistono autori che lavorano sull'esistente, stravolgendone il senso. David Rokeby, già negli anni ottanta e quindi all’inizio della rivoluzione digitale, operava tra immagine e musica in modo peculiare. Questa nuova apertura ad altri linguaggi fa cambiare l'idea anche di memoria. Il passato si può ricreare partendo da un'immagine, vedi il lavoro negli anni Novanta di Shimon Attie. L'ambiente digitale assomiglia sempre più ad un mosaico e mette in discussione continuamente il reale del referente. Secondo l'autore manca però un filtro a questa proliferazione di significati e d'immagini. Qui andrebbe coinvolto di più non più l'osservatore ma il lettore. Ci vorrebbe infatti una collaborazione che amplificasse la portata meramente visuale del digitale. Senza tutto ciò la tecnologia assomiglia sempre più a mera comunicazione. Il soggetto immortalato o il lettore potrebbe, ad esempio, amplificare i punti di vista, non solo visivi, di un'immagine. Ci sono poi programmi che possono trasformare un'opera anche dopo la morte dell'autore. Tutto questo potrebbe aprire la visione a mondi mai visti o concepiti. Difficile ancora capire la portata di questi cambiamenti, ancora in atto mentre si sta scrivendo. Un'età di postumano si lega indelebilmente al concetto di postfotografia. L'iperfotografia potrà essere perciò un ampliamento dei soliti canoni della visione, senza una ricerca di solide verità ma che sappia esplorare le sue possibilità. Il futuro è di una fotografia che possa esprimersi in contatto con una società transmediale. Dove ciò ci porterà sarà solo l'avveramento del nostro, ancora sconosciuto, destino.


Stefano Taddei


Fred Ritchin

Dopo la fotografia

Einaudi, pp. XVIII – 222

 
 

Silvia Camporesi, oltre all’attività autoriale, ha avviato da tempo una serie di dialoghi con fotografi. Scopo di queste conversazioni è far emergere quello che accompagna personalità così differenti e che fa della loro ricerca una peculiarità.




Il primo autore è Olivo Barbieri. Nel dialogo emerge un’idea di una fotografia che vuole porre domande sull’attualità, utilizzando modalità visive differenti ma che sanno pescare anche dalla memoria personale. Gli studi e la fascinazione della storia hanno certamente accompagnato fin dall’inizio la ricerca di Luca Campigotto. Molto importante è stata anche un’interpretazione aperta degli spazi immortalati. Una ricerca fotografica che nasce nell’ambito del design è quella di Mario Cresci, autore che ha però poi saputo sviluppare indagini diversificate nel tempo e con collegamenti ad altre estetiche. Paola Di Bello coglie un’immagine che si sedimenta nella propria memoria e che trova un rinnovamento di senso nel suo operare. L’autrice pare cercare incessantemente, anche sulla scorta del magistero di Georges Perec, una peculiarità visiva nel normale succedersi delle cose. Una notevole tipicità rappresenta il lavoro di Stefano Graziani. La sua prolificità di progetti ma anche di pubblicazioni ne sono certa testimonianza. In tali diversificate elaborazioni sono coinvolti autori del passato ma anche del presente. Queste collaborazioni nascono non come fonte critica di spiegazione del lavoro ma come declinazioni di nuove idee. Guido Guidi testimonia una fede nella religione dell’arte, cioè un’indagine che cerca di travalicare il mero fenomeno. Tale estetica fotografica si focalizza sulla visione come vera forma di avvicinamento alla contingenza e motore per catturare momenti unici. Francesco Jodice nutre la propria visione grazie a studi desunti da varie discipline. Tale approccio porta in superficie, di volta in volta, questo retroterra. Il mutamento urbano e la partecipazione sono tematiche tra le più rilevanti per quest'autore. Nino Miglioriha sempre modulato nella sua ricerca una parte legata al reale e una verso lo sperimentale. Tale sperimentare lo ha portato ad esemplificazioni vicine a quelle di Fontana, Burri e Rotella. Inoltre i nuovi sviluppi in campo fotografico non lo spaventano, anzi, sono un viatico d'indagine inedito e quindi da sviluppare. Chiude i vari dialoghi l'intervista a Massimo Vitali. Gli anni Novanta, tanto coraggio e l'interesse per la fotografia hanno fatto avere successo a quest'autore. Le spiagge ma in generale le folle sono stati e continuano ad essere il centro di quest'indagine. Dal dialogo si capisce poi che certi accorgimenti coloristici o tecnici nascono da necessità. C'è poi dietro a tali composizioni un'idea di connessione tra fotografie e il resto della collettività. Lo sguardo si fa perciò sensibile a certi momenti che vengono colti proprio per la loro peculiarità.


Stefano Taddei

 
 
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