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La Fondazione Banca Popolare di Lodi dedica a Simona Uberto, nella sala espositiva Bipielle Arte, l’antologica Fatum Futura, che ripercorre trent’anni di ricerca tra fotografia, installazione e paesaggi visionari. In mostra circa cinquanta opere, dagli scatti urbani degli esordi ai miraggi della serie Fata Morgana, un percorso che indaga il confine tra realtà e immaginazione, facendo del titolo - tra destino e futuro - la chiave di lettura della poetica dell’artista.

 

Simona Uberto
Simona Uberto, Masse, 2008, stampa foto B/N su alluminio sagomato al laser. Foto Paolo Rinarelli

Fatum Futura, l’ampia mostra antologica a cura di Maria Laura Gelmini dedicata a Simona Uberto (Savona, 1965), che apre il 27 febbraio prossimo negli spazi della Bipielle Arte, la sala espositiva della Fondazione Banca Popolare di Lodi, diretta da Paola Negrini, offre una panoramica ampia e coerente su trent’anni di ricerca dell’artista, docente di Pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Brera, dagli anni Novanta a oggi, riunendo circa cinquanta opere tra fotografia, installazione, collage, scultura e interventi ambientali.


Il titolo nasce da un’intuizione dell’artista e condensa il nucleo poetico del progetto: una riflessione sulla tensione tra ciò che ci precede e ciò che ci attende, tra destino e possibilità, tra predeterminazione e sguardo verso il futuro. “Fatum, dal latino ‘fari’, significa ciò che è già stato pronunciato, la parola-oracolo che diventa destino - spiega Uberto - mentre Futura indica il tempo a venire, ciò che ancora non è. È uno spazio di domande, sospeso tra ciò che è stato detto e ciò che stiamo ancora costruendo.

Questa dialettica tra origine e avvenire attraversa tutta la sua opera: un lavoro che parte sempre dal reale - uno scatto fotografico, un frammento urbano, un paesaggio - e si trasforma in visione, in racconto, in miraggio.

 

Fin dagli anni Novanta, Simona Uberto si muove lungo una linea sottile che separa - e unisce - documentazione e immaginazione. I primi cicli dedicati alla vita urbana (tra cui Interferenze, Aggregazioni, Appartenenze, Incontri) raccontano la quotidianità come insieme di micronarrazioni: passanti colti in spazi pubblici, movimenti minimi che diventano ritmo visivo, geometrie che imprigionano istanti sospesi. Non semplici fotografie, ma “cornici temporali” che rendono la città un teatro di azioni inconsapevoli.


Simona Uberto
Simona Uberto, Border-linee fronte, 2001, Installazione misure variabili, foto B/N su legno sagomato e dipinto in rosso

Negli ultimi anni la sua ricerca si è spinta oltre la dimensione urbana, aprendo a un nuovo territorio: il paesaggio come miraggio, luogo mentale, proiezione. Da questo slittamento nasce la serie Fata Morgana: immagini che oscillano tra realtà e illusione, tra visibile e visionario. L’artista seziona lo scatto, lo ingrandisce, lo ribalta, lo frammenta e lo ricompone, invertendo prospettive e logiche consuete. Cielo che diventa terra, acqua che diventa cielo, skyline che si capovolgono: la percezione vacilla, ma è in questo spaesamento che si annida il senso profondo della sua opera. Un principio che vale per tutta la produzione dell’artista: dalla silhouette ritagliata alla composizione paesaggistica, l’immagine non riproduce, reinventa. Ed è anche evidente che, come ha dichiarato Simona Bartolena in un saggio a lei dedicato, le opere di Uberto “non sono paesaggi ma miraggi. Ci traggono in inganno come il fenomeno della Fata Morgana: luoghi fantastici, mutevoli, destabilizzanti, che rivelano la precarietà delle nostre certezze visive.” L’effetto è quello che René Magritte definiva “l’attimo di panico”: il momento in cui lo spettatore comprende che la realtà rappresentata non coincide con la realtà percepita.

 

Il processo creativo di Simona Uberto è insieme meditativo e rigoroso. L’artista parte da uno scatto fotografico, “come se percorresse una stradina che diventa sentiero”: entra nell’immagine, la esplora, ne studia la struttura interna, fino a perderne ogni riferimento. Solo allora la ricompone in una nuova forma, che non appartiene più al reale ma a un altrove sospeso tra memoria e invenzione. In Fatum Futura, questo metodo si amplifica: l’immagine diventa segno, il paesaggio diventa linguaggio, il miraggio si fa forma.

Come osserva la curatrice: “Benché la conoscenza della prassi esecutiva di un artista, pur aggiungendo nuove chiavi di lettura, non sia indispensabile ai fini della fruizione, nel caso di Uberto, conoscere il procedimento può fare la differenza. La leggerezza che promana dalle opere di Uberto è il risultato di un lavoro minuzioso; vi confluiscono aspetti tecnologici e artigianali”.

 

L’artista costruisce le sue opere con un equilibrio tra matematica e poesia, tra controllo e abbandono. Ed è proprio in questo spostamento - dal reale alla sua traduzione poetica - che si radica la forza della sua opera.

 

Allestita negli spazi della Bipielle Arte - all’interno del Centro Direzionale progettato da Renzo Piano - la mostra si presenta come un percorso attraverso tre decenni di lavoro: dalle prime serie fotografiche dedicate ai flussi urbani alle installazioni che interrogano la percezione dello spazio, fino ai più recenti paesaggi destrutturati e alle visioni di Fata Morgana, dove la natura si fa enigma e rivelazione.

Il percorso espositivo è pensato come un attraversamento: il visitatore attraversa opere che aprono varchi, sconfinamenti. Ogni lavoro mette in discussione la stabilità dell’immagine, invitando a ripensare la relazione tra ciò che vediamo e ciò che crediamo di vedere.



Simona Uberto - FATUM FUTURA

28 febbraio - 22 marzo 2026

opening: venerdì 27 febbraio 2026 ore 17.30

Via Polenghi Lombardo - 26900 Lodi (LO)

 
 

Dal 25 aprile al 19 ottobre 2026 la Collezione Peggy Guggenheim presenta Peggy Guggenheim a Londra. Nascita di una collezionista, la prima e più ampia mostra mai realizzata in ambito museale dedicata all’esperienza londinese di Peggy Guggenheim e alla sua prima galleria, Guggenheim Jeune, attiva al 30 di Cork Street tra il 1938 e il 1939. Curata da Gražina Subelytė, Curator, Collezione Peggy Guggenheim, e da Simon Grant, Guest Curator, l’esposizione ricostruisce un capitolo cruciale della vita di Peggy Guggenheim, destinato a segnare in modo definitivo il suo futuro ruolo di collezionista e mecenate dell’arte del Novecento.


Vasily Kandinsky
Vasily Kandinsky, Curva dominante (Aprile 1936; olio su tela, 129,2 x 194,3 cm; New York, Museo Solomon R. Guggenheim, New York, New York, Fondazione Solomon R. Guggenheim)

La galleria svolse un ruolo fondamentale nel plasmare la scena artistica britannica del periodo tra le due guerre, aumentando la visibilità e l’accettazione dell’arte contemporanea in un momento in cui le istituzioni londinesi rimanevano conservatrici. Insieme a gallerie come la Redfern Gallery, la Mayor Gallery e la London Gallery, Guggenheim Jeune sfidò le norme consolidate e offrì una piattaforma essenziale per l’arte d’avanguardia. Questo periodo fu, inoltre, decisivo nella definizione dell’identità di Peggy Guggenheim come mecenate delle arti, decisa nel voler fondare un museo di arte moderna a Londra, una visione questa che sarebbe stata infine realizzata a Venezia.


Nell’arco di diciotto mesi Guggenheim Jeune divenne uno dei principali punti di riferimento per le avanguardie artistiche dell’epoca, distinguendosi nella promozione di artisti locali e internazionali, molti dei quali legati alle tendenze artistiche del Surrealismo e dell’astrazione, e per una programmazione audace e sperimentale.


In un arco di tempo sorprendentemente breve, dal gennaio del 1938 al giugno del 1939, Peggy Guggenheim organizzò oltre venti mostre e firmò numerosi primati curatoriali, tra cui la prima personale nel Regno Unito di Vasily Kandinsky, una mostra monografica dedicata a Jean Cocteau, la prima esposizione britannica interamente dedicata al collage, una mostra di scultura contemporanea che suscitò ampio scandalo, e una mostra di opere realizzate da bambini, tra cui figura il dipinto di un giovanissimo Lucian Freud. Si tratta del debutto espositivo del celebre artista britannico.


L’esposizione riunisce un centinaio di opere chiave, provenienti da importanti istituzioni internazionali e collezioni private, esposte in occasione di quelle mostre pionieristiche, oltre a lavori simili appartenenti allo stesso periodo, e a opere di artisti che Peggy Guggenheim avrebbe successivamente collezionato. Tra questi figurano, tra gli altri, Eileen Agar, Jean (Hans) Arp, Barbara Hepworth, Vasily Kandinsky, Rita Kernn-Larsen, Piet Mondrian, Henry Moore, Cedric Morris, Sophie Taeuber-Arp e Yves Tanguy.


Il percorso espositivo include dipinti, sculture, opere su carta, fotografie, pupazzi e materiali d’archivio, restituendo la straordinaria varietà dei linguaggi presentati nella galleria e documentando un’epoca di intensa sperimentazione artistica e fermento culturale, segnata da profonde tensioni sociali e politiche alle soglie della Seconda guerra mondiale. Centrale è anche la dimensione relazionale dell’esperienza londinese di Peggy Guggenheim: la mostra mette in luce il ruolo determinante delle sue amicizie e collaborazioni con figure chiave del modernismo, tra cui Arp, Samuel Beckett, Marcel Duchamp, Roland Penrose, Herbert Read, e Mary Reynolds nonché l’importanza della rete di galleristi e intellettuali attivi nella Londra di quegli anni.


Il percorso espositivo si apre con opere chiave dell’astrazione e del Surrealismo esposte durante la breve ma intensa attività di Guggenheim Jeune, che riflettono le principali tendenze artistiche alla base del programma della galleria. Le sale successive sono dedicate alle singole esposizioni organizzate in questo spazio, tra cui quelle consacrate a Kandinsky, all’artista russa Marie Vassilieff, creatrice del genere delle “bambole artistiche” e figura di riferimento per una pratica transdisciplinare, e alla mostra di scultura contemporanea, che rappresentò un evento di primo piano nella storia culturale londinese del periodo prebellico, dimostrando il ruolo determinante di Peggy Guggenheim nella promozione e nell’accettazione dell’arte moderna e astratta in Inghilterra.


Si prosegue con i ritratti di Cedric Morris, artista gallese al centro della scena dell’avanguardia britannica, mentre una sala sarà dedicata alle esposizioni del pittore statunitense Charles Howard, dello scultore tedesco Heinz Henghes, e alla mostra dello Studio 17, laboratorio di incisione fondato da Stanley William Hayter. Segue un omaggio alla storica esposizione Abstract and Concrete Art, con opere di artisti quali Mondrian, Taeuber-Arp e Van Doesburg.


Non mancherà una sala dedicata ai ritratti fotografici a colori di Gisèle Freund, presentati originariamente a Guggenheim Jeune in forma di proiezione: una modalità espositiva che l’artista predilesse per tutta la vita per mostrare le sue trasparenze a colori dedicate ad artisti e intellettuali. Le sale finali riuniscono infine opere di quegli artisti inclusi nella mostra sul collage e nelle diverse esposizioni dedicate al Surrealismo, tra cui Kernn-Larsen, André Masson, Reuben Mednikoff, Wolfgang Paalen, Grace Pailthorpe, Man Ray, Tanguy e John Tunnard. 


La mostra vuole inoltre essere un omaggio all’amore che legò Peggy Guggenheim all’Inghilterra, che sempre considerò propria patria spirituale e con cui mantenne numerosi legami. In un’intervista del 1976, riflettendo sulla propria vita, dichiarò: “Sono innamorata di Venezia da cinquant’anni. Se non vivessi qui, vivrei nella campagna inglese”.


Peggy Guggenheim a Londra. Nascita di una collezionista sarà accompagnata da un ricco catalogo illustrato, edito da Collezione Peggy Guggenheim e distribuito da Marsilio Arte, che include nuovi saggi critici da parte di numerosi studiosi, critici e storici dell’arte.


Dopo la tappa veneziana, Peggy Guggenheim a Londra. Nascita di una collezionista sarà presentata alla Royal Academy of Arts di Londra dal 21 novembre 2026 al 14 marzo 2027, rafforzando il dialogo internazionale attorno a una figura centrale della storia dell’arte del XX secolo e al contesto che ne ha segnato la formazione, e al Guggenheim New York nella primavera del 2027.

 
 

Dal 13 febbraio al 4 aprile 2026, 21Art presenta a Treviso una mostra personale di Pascale Marthine Tayou (Nkongsamba, Camerun, 1966), una delle voci più influenti della scena artistica contemporanea internazionale.


Pascale Marthine Tayou
Pascale Marthine Tayou, Little Chalk B, 2015, gessetti e foglie morte su legno, 87 x 116 x 6 cm. Su concessione dell’artista GALLERIA CONTINUA. Copyright: © ADAGP, Paris. Foto: Paul Hennebelle

L’esposizione segna l’inizio della collaborazione tra 21Art e Galleria Continua, da anni punto di riferimento per l’artista e per il suo lavoro, e si inserisce nella strategia di 21Art, società benefit fondata da Alessandro Benetton su un progetto dell’imprenditore Davide Vanin, che punta allo sviluppo di partnership a livello nazionale e internazionale come strumento per sostenere e valorizzare la ricerca artistica contemporanea.


La mostra offre un percorso attraverso memoria, identità e geopolitica, tracciando il rapporto mutevole tra l’umanità e l’alterità che si colloca al centro della pratica di Pascale Marthine Tayou.


Attivo sin dai primi anni Novanta e internazionalmente riconosciuto per la sua partecipazione a Documenta 11 e a diverse edizioni della Biennale di Venezia, Tayou vive e lavora tra Gand e Yaoundé. La sua pratica aperta e poliedrica comprende scultura, installazione, disegno, video e arte tessile, ed è fondata su un deliberato rifiuto di qualsiasi appartenenza geografica o culturale fissa. Il lavoro di Tayou si radica nella consapevolezza che identità, potere e tradizione siano costrutti sociali e simbolici, costantemente soggetti a trasformazione. La nozione di viaggio, sia fisico sia mentale, e l’esperienza dell’incontro con l’Altro sono centrali nella sua ricerca artistica, che si confronta criticamente con le dinamiche del “villaggio globale”.


All’inizio della sua carriera, Tayou ha aggiunto una “e” sia al suo nome che al secondo nome, conferendo loro una desinenza femminile come gesto giocoso volto a prendere le distanze dall’autorità artistica patriarcale e dai ruoli di genere rigidi. Questa resistenza si estende anche a qualsiasi tentativo di confinare la sua pratica a un’origine culturale o geografica specifica, posizione chiaramente illustrata dalla diversità e dalla forza dei lavori presentati presso 21Art Treviso.


La mostra riunisce una selezione significativa di opere emblematiche che spaziano attraverso un’ampia varietà di media.


Tug of War mette in scena un confronto simbolico tra due figure in bronzo, sovvertendo con ironia le dinamiche tradizionali di potere e stimolando una riflessione sulle relazioni di genere e sugli squilibri geopolitici. Con toni ironici, il titolo allude alle tensioni storiche tra le potenze occidentali e le società africane, trasformando il duello in uno spazio di riflessione sulla complementarità, sul potere e sul sottile ribaltamento delle strutture dominanti.


La serie Eseka trae origine da un evento locale, il luogo di un deragliamento ferroviario nella città di Eseka, a circa 100 chilometri da Yaoundé, per creare una metafora universale. Queste opere rappresentano spazi che allo stesso tempo accolgono e respingono, muovendosi nel fragile territorio tra desiderio, trauma e aspirazione.


Pascale Marthine Tayou
Pascale Marthine Tayou, Poupée Pascale, 2019, cristallo e tecnica mista, 63 x 50 x 30 cm. Su concessione dell’artista GALLERIA CONTINUA. Copyright: © ADAGP, Paris

A completare il percorso espositivo, Poupées Pascale e Bantu Towels introducono una dimensione più intima e narrativa. Attraverso materiali come il cristallo, i tessuti cuciti e oggetti di uso quotidiano, Tayou costruisce forme ibride che favoriscono il dialogo tra culture, memorie e simboli. L’atto del cucire e dell’assemblare pone la sfera domestica al centro del processo creativo, trasformandola in un luogo di collaborazione, trasmissione e rinnovamento.


Avviati nel 2012, i Charcoal Frescoes sono composizioni che uniscono un’estetica decorativa a una lettura critica del mondo contemporaneo. Sotto la loro apparente bellezza formale, questi lavori a carboncino funzionano come acute riflessioni politiche, affrontando temi quali l’estrazione delle risorse, le relazioni di lavoro e il consumo. Accanto a questi recenti Charcoal Frescoes, Tayou presenta anche una serie di nuovi affreschi a gesso. Gesso e carboncino sono due materiali fondamentali nella pratica di Pascale Marthine Tayou, qui messi in dialogo per sottolineare la continuità e la coerenza materica della sua ricerca artistica. La mostra include opere molto recenti di entrambe le serie, a testimonianza della loro attualità, oltre a un inedito Charcoal Fresco, presentato per la prima volta a Treviso.


Nel suo insieme, l’esposizione rivela una pratica complessa e stratificata, in cui la sperimentazione estetica è inseparabile dalla critica sociale e politica. Il lavoro di Tayou diventa uno spazio di incontro e di consapevolezza, capace di affrontare le tensioni contemporanee e di invitare a rinnovate forme di interpretazione e dialogo.



Pascale Marthine Tayou

13 Febbraio - 4 Aprile 2026

21Art in collaborazione con Galleria Continua

Viale della Repubblica 3, Villorba (TV)

 
 
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