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Fino al 22 marzo 2026 i Musei Civici d’Arte Antica del Settore Musei Civici del Comune di Bologna ospitano nelle sale del Museo Civico Medievale L’ornamento non è più un delitto, mostra personale di Alessandro Moreschini, a cura di Raffaele Quattrone e realizzata in collaborazione con Ehiweb e Pasöt.


Alessandro Moreschini
Alessandro Moreschini, Ora et labora, 2004, tempera acrilica su metallo, cm 198 x 154 x 7; 86 chiavi inglesi cm 16 x 3 x 0,4 cad. Bologna, MAMbo - Museo Arte Moderna Bologna

Il progetto espositivo rientra nel programma istituzionale di ART CITY Bologna 2026 (5 – 8 febbraio), il palinsesto di mostre, eventi e iniziative promosso dal Comune di Bologna in collaborazione con BolognaFiere in occasione di Arte Fiera.


“L’ornamento non è più un delitto”: con questa affermazione, pronunciata da Renato Barilli in un testo del 2020 dedicato a Lily van der Stokker e ad Alessandro Moreschini, si apre il percorso della nuova mostra dell’artista al Museo Civico Medievale di Bologna. Una frase che, da dichiarazione critica, diventa oggi titolo e chiave di lettura di un progetto espositivo che rilegge la tradizione decorativa come gesto etico, come pratica di cura e di attenzione verso il mondo. 


Da tempo Alessandro Moreschini (Castel San Pietro Terme, 1966) ha scelto una strada appartata e rigorosa, lontana dalle retoriche del minimalismo più severo e dalle promesse dell’ipertecnologia: una strada in cui l’ornamento non è aggiunta, ma pensiero; non maschera, ma rivelazione. Le sue superfici lavorate – trame meticolose, vegetali, iperdecorative - non rivestono gli oggetti: li trasformano. Sono presenze che respirano, microcosmi silenziosi capaci di insinuarsi negli interstizi del visibile e di restituire agli oggetti quotidiani una energia inattesa, una vibrazione interna.


Già alla fine degli anni ’90, Barilli aveva individuato in Moreschini una voce originale nel panorama italiano, inserendolo nella storica mostra collettiva Officina Italia e riconoscendo in quel giovane rigore decorativo una forza irradiante, “una preziosa limatura di ferro”. Oggi, quell’intuizione trova piena maturità in un lavoro che ha saputo svilupparsi con costanza, approfondendo la natura politica e sensibile dell’ornamento. 


Perché l’ornamento, lungamente esiliato dal canone occidentale come elemento superfluo o sospetto, riemerge qui come linguaggio glocal: attento alle culture visive non egemoniche, aperto al desiderio, alla spiritualità, alla dimensione affettiva del guardare. È un’arte apparentemente “debole”, perché priva di monumentalismo, ma in realtà radicale nella sua prossimità, nel suo farsi presenza quotidiana, nel suo ritessere i nessi tra corpo, oggetto e mondo.


L’incontro con il Museo Civico Medievale offre a Moreschini un territorio ideale: uno spazio fatto di stratificazioni, memorie, oggetti votivi, preziosità minute, miniature, ori, che da secoli interrogano il nostro rapporto con il sacro, il simbolico, il potere evocativo delle superfici. Le opere contemporanee si insinuano tra i reperti storici senza competere con essi, ma stabilendo un dialogo osmotico, a tratti segreto, in cui la luce, il colore e il ritmo decorativo diventano ponti tra epoche e sensibilità differenti.


Il percorso espositivo – articolato in diversi ambienti del museo – accoglie interventi concepiti come presenze integrative, non invasive: opere che crescono come un’edera visiva sulle architetture e sugli oggetti del passato, stabilendo legami inattesi. L’artista non impone un nuovo museo: ne rivela uno interno, emotivo, fatto di sussurri decorativi, di brividi luminosi, di dettagli che invitano a rallentare, a guardare con attenzione, a riscoprire il tempo dell’osservazione. 


Alessandro Moreschini
Alessandro Moreschini. L'ornamento non è più un delitto, Veduta di allestimento, Bologna, Museo Civico Medievale, 2026. Courtesy Settore Musei Civici Bologna | Musei Civici d'Arte Antica

“Ho concepito l’allestimento come un gesto di ascolto. Le opere di Alessandro Moreschini non dovevano imporsi sul Museo Medievale, né mimetizzarsi in esso: dovevano risuonare. Per questo ho scelto un percorso che permette ai lavori di insinuarsi tra gli oggetti storici come presenze vive, capaci di creare legami sottili, quasi segreti, senza interrompere la continuità del luogo. L’ornamento diventa così un ponte tra epoche, un atto di cura che restituisce al museo la sua dimensione di spazio abitato. Ho voluto che il visitatore percepisse l’incontro – non la sovrapposizione – tra passato e contemporaneo: un dialogo a bassa voce, fatto di dettagli, riflessi, vibrazioni. Un allestimento che non aggiunge, ma rivela”, spiega il curatore Raffaele Quattrone.


In un presente caratterizzato da consumo visivo rapido e da una crescente delega dell’immaginazione alle tecnologie dell’automazione, il progetto di Moreschini si pone come un atto di resistenza: un invito a ritornare alla manualità, al gesto, alla gestazione lenta delle superfici; a riconoscere nell’ornamento non una fuga, ma una responsabilità verso ciò che ci circonda.


Renato Barilli scrive: “Sono intervenuto più volte sul lavoro di Alessandro Moreschini, del tutto singolare, come conferma in questa mostra, dove si riscontrano due livelli, ci sono oggetti preziosi da collezionismo, ma se questo non bastasse scende su tutto una pioggia di raffinati frammenti che accrescono la preziosità del tutto.”

L’ornamento non è più un delitto diventa così un’affermazione poetica, politica e antropologica: il recupero di un linguaggio che sa essere intimo e universale, umile e complesso, antico e contemporaneo. Un linguaggio che abita, che cresce, che si fa luogo. Che si fa, appunto, museo segreto.



Alessandro Moreschini. L’ornamento non è più un delitto

A cura di Raffaele Quattrone

Con un testo di Renato Barilli

17 gennaio 2026 – 22 marzo 2026

Museo Civico Medievale, Via Alessandro Manzoni 4 | 40121 Bologna

 
 

In occasione del centenario della rivista francese Cahiers d’Art, fondata nel 1926 dallo storico dell’arte Christian Zervos, la Collezione Peggy Guggenheim aderisce al programma internazionale di celebrazioni con uno speciale allestimento dedicato alla celebre pubblicazione, all’interno degli spazi della collezione permanente.


Cahiers d'Art
Carhiers d'Art © Collezione Peggy Guggenheim. Ph. Arianna Ferraretto

Una selezione di dieci numeri della storica rivista, che spaziano dagli anni venti agli anni cinquanta, dialoga con opere iconiche del museo, restituendo il ruolo centrale che Cahiers d’Art ebbe nella costruzione della cultura visiva modernista e nel dibattito critico-culturale europeo che accese il XX secolo.

 

Fondata a Parigi come rivista, casa editrice e galleria, Cahiers d’Art costituì un laboratorio sperimentale in cui artisti, scrittori e intellettuali contribuirono a definire un nuovo linguaggio estetico e teorico. Dalle sue pagine passarono Alexander Calder, Claude Cahun, Marcel Duchamp, Vasily Kandinsky, Henri Matisse, Joan Miró, Meret Oppenheim, Pablo Picasso, accanto a poeti e pensatori quali Georges Bataille, Samuel Beckett, Jacques Lacan e Tristan Tzara. L’eccezionale qualità delle riproduzioni, affidate a fotografi tra cui Dora Maar e Man Ray, rese la rivista un vero “museo portatile”, capace di canonizzare l’avanguardia mentre era ancora in formazione

 

La raffinata e attenta selezione presentata a Venezia, acquisita per l’occasione dalla Collezione Peggy Guggenheim grazie a una campagna di raccolta fondi e dunque da oggi parte integrante del patrimonio archivistico del museo, documenta un significativo intreccio storico tra Cahiers d’Art e la Collezione stessa. I dieci numeri della rivista esposti nella sale di Palazzo Venier dei Leoni riproducono infatti opere che sono parte della collezione della mecenate americana, e nel 1955 la stessa Peggy Guggenheim contribuì alla pubblicazione con un testo dedicato a Constantin Brancusi, testimoniando ancora una volta la sua partecipazione attiva alla scena artistica internazionale. “Cahiers d’Art ha reso visibile l’avanguardia mentre stava prendendo forma”, afferma Karole P. B. Vail, Direttrice del museo. “Questa capacità di anticipare il nuovo è un elemento che ci accomuna.


Peggy Guggenheim fu tra le grandi protagoniste di quello stesso panorama culturale, e vogliamo pensare alla Collezione come a un luogo in cui quello spirito di sperimentazione continua a essere coltivato e condiviso.” Con questa iniziativa, il museo rinnova la propria missione nel valorizzare la modernità attraverso le sue forme più innovative, riconoscendo in Cahiers d’Art non solo un testimone del suo tempo, ma anche un agente attivo nella costruzione del modernismo e nella sua eredità contemporanea.

 

Cahiers d'Art
Cahiers d'Art © Collezione Peggy Guggenheim. Ph. Arianna Ferraretto

La Collezione Peggy Guggenheim è la prima istituzione a inaugurare un ciclo di mostre legate al centenario, che nel corso del 2026 coinvolgerà un network di musei internazionali, tra cui MDAM – Collection Zervos, Vézelay, LUMA Arles, Musée national Picasso-Paris, Benaki Museum, Atene, Museum of Modern Art, New York e Museo Reina Sofía, Madrid. Il programma globale, con la partecipazione curatoriale di Daniel Birnbaum, comprende inoltre una pubblicazione celebrativa, Cahiers d’Art. A Century of Modernism, un ciclo di conversazioni e una serie di progetti espositivi presso la sede parigina della rivista.


Dalla sua nascita nel 1926, Cahiers d’Art ha pubblicato 97 numeri e oltre 50 volumi, tra cui il fondamentale Catalogue Raisonné di Picasso. Rilanciata nel 2012 dal collezionista svedese Staffan Ahrenberg, continua a essere una piattaforma di dialogo tra generazioni artistiche, mettendo in relazione figure storiche come Calder e Picasso con voci contemporanee quali Arthur Jafa, Hiroshi Sugimoto, Gabriel Orozco e Rosemarie Trockel.

 
 

Dal 25 febbraio 2026 la GAMeC – Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo presenta Eau, la prima mostra personale in un’istituzione italiana dell’artista angolana-portoghese Ana Silva (Calulo, 1979).

 

Ana Silva
Ana Silva, Guardiãs 006, 2024, disegno, pigmenti naturali, acrilico, ricami, metallo, perle e glitter su crinolina, 218 x 122 cm. Courtesy Ana Silva and A Gentil Carioca, Rio de Janeiro

Il progetto si sviluppa all’interno di un percorso di continuità che mette in relazione due momenti distinti ma interconnessi della programmazione del museo, sotto la direzione di Lorenzo Giusti: Pensare come una montagna, il programma biennale che tra il 2024 e il 2025 ha aperto uno spazio di riflessione condivisa sui temi della sostenibilità e sulla dimensione collettiva dell’esperienza artistica, e Pedagogia della Speranza, che ne raccoglie l’eredità e che nel 2026 concentrerà l’attenzione verso la dimensione educativa e sul ruolo dell’arte come pratica di conoscenza, relazione e trasformazione.

 

Ispirato al pensiero del pedagogista brasiliano Paulo Freire, che concepisce l’educazione come pratica di libertà, il programma è il frutto di una costante coprogettazione tra Sara Tonelli e Rachele Bellini del Dipartimento Educativo e il team curatoriale composto da Sara Fumagalli, Valentina Gervasoni e Irene Guandalini.

Attraverso un articolato calendario di attività — da un laboratorio permanente di sperimentazione pedagogica nella sede di Palazzo della Ragione ai progetti espositivi nello Spazio Zero, dai talk e workshop con ospiti internazionali alla nuova stagione di Radio GAMeC — nel corso dell’anno Pedagogia della Speranza coinvolgerà attivamente pubblici diversi, rafforzando il ruolo dell’istituzione come spazio di dialogo, partecipazione e responsabilità collettiva.

 

La mostra ideata da Ana Silva per lo Spazio Zero della GAMeC nasce in collaborazione con una rete di ricamatrici locali, invitate dall’artista a intervenire su alcune sue opere tessili, e si sviluppa in continuità con la sua ricerca affrontando una delle crisi più gravi del nostro tempo: l’accesso all’acqua.

 

Ana Silva
Ana Silva, retrato -05, A Gentil Carioca, 08.2025 ©EVERTON BALLARDIN

Per la produzione dei suoi lavori, Silva affida in una prima fase i soggetti da lei ideati e disegnati a ricamatori angolani — solo agli uomini, infatti, è consentito utilizzare la macchina da cucire in Angola —, per poi ultimare lei stessa le opere, aggiungendo a mano decorazioni, glitter e paillettes.

Attraverso il linguaggio del ricamo — tradizionalmente associato alla cura, alla memoria e alla resistenza — l’artista denuncia la carenza di acqua e rende visibile una realtà in cui questa non rappresenta un diritto, ma un privilegio. Ogni punto testimonia silenziosamente un bisogno fondamentale negato, sottolineando il contrasto tra il gesto delicato del ricamo e la drammaticità del tema.

 

La pratica artistica di Ana Silva si sviluppa tra memoria, materialità e critica socioculturale, in dialogo con gli effetti della globalizzazione, del consumo e dei flussi transcontinentali. Il suo lavoro prende forma a partire da un gesto semplice e radicale: il recupero di tessuti, pratiche e saperi femminili a lungo relegati allo spazio privato, assunti ora come linguaggio artistico contemporaneo.

 

I tessuti industriali utilizzati dall’artista per la produzione dei suoi lavori sono portatori di un vissuto: prodotti in massa in Africa o per l’Africa, e un tempo centrali nella vita quotidiana, finiscono oggi per accumularsi, essere dimenticati, sostituiti, trasformati in rifiuti di un sistema globale di produzione e consumo accelerato. Ana Silva si inserisce in questo ciclo, recuperando e risemantizzando i materiali scelti; attraverso la pratica del ricamo rallenta il tempo industriale e introduce una temporalità manuale, ripetitiva e corporea.

 

L’artista vive e lavora tra il Portogallo, il Brasile e l’Angola, muovendosi tra una diversità di territori, esperienze e culture che si riflette nelle sue opere, in particolare nel modo in cui ritrae le figure femminili: presenze fragili, incomplete e integrate in pattern geometrici che richiamano produzione in serie, mercati globali ed eredità coloniali ancora in atto.

Intervenendo su questi pattern attraverso il ricamo, l’artista introduce un’interruzione, un respiro. Il gesto manuale reinscrive il tessuto industriale in un ecosistema più ampio in cui la sostenibilità non è soltanto una questione ambientale, ma anche culturale e sociale. Sostenere significa prendersi cura, rattoppare, prolungare la vita di ciò che sembrava destinato allo scarto. Inoltre il disegno libero, i fili a vista e l’assenza di una finitura contribuiscono a rafforzare il rifiuto di un’identità fissa o di un’unica narrazione: le figure sono corpi in costruzione.

 

Ana Silva
Ana Silva, Sem titulo [Untitled], 2025, ricami, acrilico, pigmenti naturali e glitter su fiselina e crinolina, 223 x 151 cm. Courtesy Ana Silva and A Gentil Carioca, Rio de Janeiro

La mostra presenterà inoltre al pubblico un corpus di lavori precedenti di Silva, che ripercorre l’evoluzione della sua ricerca artistica: la serie O Fardo / Vestir Memórias, composta da opere realizzate con sacchi di plastica e rafia utilizzati per il trasporto di abiti dall’Europa all’Africa, destinati ai mercati dell’usato, che riconfigura questi oggetti come supporti artistici e strumenti di riflessione critica.

Questi sacchi, colmi di vestiti ma legati anche a storie e a percorsi invisibili, vengono sottratti alla loro funzione originaria e riconfigurati come superfici narrative: anche in questo caso l’artista interviene attraverso ricami e cuciture, incorporando figure umane, scene di vita quotidiana e motivi simbolici che rimandano alla vita sociale, all’infanzia, alla cura e alla trasmissione della memoria.

 

La scelta del supporto non è neutra: il materiale, originariamente associato allo scarto, mette in luce asimmetrie economiche, interroga i circuiti del consumo ed espone le conseguenze ambientali e sociali dell’eccesso generato dai sistemi di produzione e consumo del Nord globale e riversato nei Paesi del Sud. Al contempo, le opere propongono una riappropriazione sensibile e poetica del residuo, trasformato in materia di resistenza, affermazione e ricostruzione.

 

I lavori presentati in mostra affrontano l’ecologia intesa come relazione tra corpi, materiali, storie e sistemi di produzione. Silva si chiede quali storie possano essere raccontate a partire da ciò che è stato dimenticato o scartato. Pratica tessile, ricerca sociale e attenzione ambientale si intrecciano così nello spazio espositivo in una rilettura critica del quotidiano.



Ana Silva. Eau

25 febbraio - 6 settembre 2026

GAMeC - Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo | Spazio Zero

Via San Tomaso, 53 - 24121 Bergamo

 
 
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