Il design radicale degli Archizoom, la logica binaria delle opere di Gianfranco Chiavacci, i collage di Remo Gordigiani, le ricerche astrattiste di Gualtiero Nativi, Mario Nigro e Fernando Melani, l’ironia pop di Gianni Ruffi: sono oltre 70 le opere che scandiscono il secondo capitolo del progetto PISTOIA NOVECENTO con il percorso di Sguardi sull’arte dal secondo dopoguerra, allestimento temporaneo a lungo termine a cura di Alessandra Acocella, Annamaria Iacuzzi, Caterina Toschi che FONDAZIONE PISTOIA MUSEI presenta dal 19 settembre 2020 al 22 agosto 2021 nella sua sede di Palazzo de’ Rossi.



Gianfranco_Chiavacci_Opera_numero_0043_1966_Courtesy_Collezione Fondazione Caript

PISTOIA NOVECENTO è il grande progetto dedicato alla collezione permanente di Fondazione Pistoia Musei con opere delle collezioni di Fondazione Caript e Intesa Sanpaolo (già Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia), pensato per consentire una lettura il più possibile esaustiva del panorama artistico pistoiese nel suo articolarsi attraverso il secolo scorso. La prima parte del progetto, conclusasi a fine agosto 2020, ha raccontato la prima metà del Novecento.

Questo secondo capitolo – PISTOIA NOVECENTO. Sguardi sull’arte dal secondo dopoguerra – offre un’immagine d’insieme della seconda metà del secolo a Pistoia.

La mostra raccoglie, oltre alle opere degli autori pistoiesi presenti nella collezione permanente di Fondazione Pistoia Musei, alcuni lavori di artisti non locali ma che con la città hanno intrattenuto rapporti di scambio e dialogo, oltre a prestiti da collezioni pubbliche e private.

Uno specifico indirizzo di curatela ha voluto arricchire il percorso espositivo con un’ampia selezione di documenti (fotografie, lettere, manifesti, inviti, video): un’operazione inedita volta a narrare la vivacità del clima artistico pistoiese nel contesto più ampio della cultura toscana, nazionale e internazionale. L’intenzione è quella di proporre nuovi sguardi sulle principali esperienze artistiche cittadine offrendo così un quadro di contesto alle opere d’arte selezionate.


Gianni_Ruffi_Rimbalzo_1967 _Courtesy_CollezioneFondazioneCaript

La selezione di PISTOIA NOVECENTO. Sguardi sull’arte dal secondo dopoguerra segue un andamento cronologico partendo appunto dal secondo dopoguerra ed è scandita in macro-aree tematiche: REALISMO E FIGURAZIONE; ASTRATTO, MATERICO, PROGRAMMATO; OGGETTO E IMMAGINE; NATURA E ARTIFICIO; SEGNO, GESTO, AMBIENTE.

I materiali documentari come le fotografie, le corrispondenze, i manifesti e gli audiovisivi sono disposti secondo un progetto grafico ed espositivo ideato appositamente per l’occasione e capace di offrire molteplici livelli di lettura.

Palazzo de’ Rossi si consolida come uno dei punti di forza del polo museale di Fondazione Pistoia Musei, connotandosi ancora una volta come centro dedicato all’arte del Novecento pistoiese, punto di riferimento per la conoscenza delle varie generazioni artistiche che si sono succedute lungo il secolo scorso: artisti che con ardimento e autenticità di ricerca hanno sempre cercato un dialogo con i grandi centri dell’arte apportando il proprio contributo in un’ottica di originalità.


Mario_Nigro_Spazio_totale_1955_Courtesy_CollezioneFondazioneCaript

Tra gli artisti in mostra: Archizoom, Roberto Barni, Sigfrido Bartolini, Vinicio Berti, Massimo Biagi, Franco Bovani, Umberto Buscioni, Sergio Cammilli, Alfiero Capellini, Gianfranco Chiavacci, Andrea Dami, Agenore Fabbri, Alfredo Fabbri, Aldo Frosini, Giuseppe Gavazzi, Valerio Gelli, Donatella Giuntoli, Remo Gordigiani, Renato Guttuso, Mirando Iacomelli, Lando Landini, Marcello Lucarelli, Fernando Melani, Francesco Melani, Eugenio Miccini, Adolfo Natalini, Gualtiero Nativi, Mario Nigro, Renato Ranaldi, Gianni Ruffi, Giorgio Ulivi, Jorio Vivarelli, Corrado Zanzotto.


-Redazione


PISTOIA NOVECENTO. Sguardi sull’arte dal secondo dopoguerra

A cura di Alessandra Acocella, Annamaria Iacuzzi, Caterina Toschi

19 settembre 2020 – 22 agosto 2021

Fondazione Pistoia Musei - Palazzo de’ Rossi

Pistoia- Palazzo de’ Rossi

via de' Rossi, 26

Orari: Tutti i giorni dalle ore 10 alle 18.

Chiuso il mercoledì e il 25 dicembre.




Il mercato guida da tempo ogni misura dell’estetica nel contemporaneo. Siamo infatti in un mondo completamente schiavizzato ad una bellezza modulata come merce.





L’umanità non fa che abbeverarsi a tale sostato che pilota le esistenze. Questo testo di Pierluigi Pansa offre parecchi spunti sulla contingenza dell’arte contemporanea. Intanto è da rilevare come la ricerca attuale non presupponga alcuna educazione estetica, essendo diventata una propaggine della finanza che scommette su di essa come dei futures. Gli artisti sono divenuti delle celebrities, che vivono di congiunture più momentanee che di lungo termine, sempre accompagnate da un sistema comunicativo che sfrutta ogni alveo per creare giochi sempre più d’élite. Il simbolico, nell’attualità, si è sciolto in segni guidati dall’economia e dalla tecnologia. L’artista si deve fare social, crearsi una riconoscibilità che prescinde dalla creazione di opere rilevanti. Il sistema finanziario nutre tale apparato, certamente volatile e sicuramente non aperto al grande pubblico. La critica d’arte diventa sovente un mero surrogato di questo dominio e non c’è più patria per un giudizio estetico. Manca pure un collezionismo illuminato verso il prossimo e che non sia asservito a logiche meramente speculative. I mediatori dell’arte contemporanea cercano quindi d’impostare mostre che abbiano un riscontro mediatico, fingendo di ledere certi costrutti o dissacrando certi tabù. In realtà sono bolle che si sgonfiano abbastanza velocemente, come vogliono le tempistiche auspicate dal Capitalismo finanziario. Tematiche, anche rilevanti, permangono però anche nell’arte contemporanea. Il problema è che, sovente, di tali concetti si parla al grande pubblico solo per scandaletti da quattro soldi e su questioni trite e ritrite. Ecco quindi che l’arte contemporanea non è come quella dipinta dai media imperanti. Permangono sacche di rilevanza che non cercano scalpori a pessimo mercato, pur se i mezzi d’enunciazione chiaramente non sono più quelli anche di solo pochi decenni fa. Purtroppo la finanza domina e molti artisti o addetti ai lavori vi si accodano come meri cortigiani. Certe “ opere ” poi, dopo roboanti esposizioni, finiscono nell’oblio e non sono per nulla esemplificative per un qualsiasi avvenire che ha bisogno solo di consumatori vogliosi di fagocitare sempre nuovi avvenimenti di finta indecenza. Il libro problematizza quindi l’attualità ma sa anche proporre, tra le righe, possibili uscite da tali sabbie mobili. L’arte insomma ha tantissimi canali per arrivare, il problema è che non paiono, almeno attualmente, quelli giusti per essere basilari anche per le generazioni future.

Stefano Taddei

Pierluigi Panza

L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità finanziaria. Genealogie ed eterogenesi dei fini nell'arte contemporanea

pp. 169

Guerini Scientifica

Aggiornato il: 27 ago 2020


" Faccio film per me stesso. Sono io il pubblico ". Questa affermazione, riportata nel libro, spiega chi era Sam Packinpah. Il Mucchio Selvaggio è un film che, col tempo, è divenuto imprescindibile da tantissimi punti di vista. Questo libro ne racconta le mirabolanti vicende.




Questo libro ne racconta le mirabolanti vicende. Il periodo in cui il film fu girato rappresenta tuttora un’era unica di creatività e disponibilità a rischiare. E’ il prodotto di un regista unico, Sam Packinpah, autore che faticò tantissimo per arrivare al punto. Un’etica desunta dalla conoscenza di veri cowboys ne faceva un personaggio unico. Il rifiuto di quello che erano diventati gli Stati Uniti, unito ad un amore romantico per il Messico, furono il passaggio obbligato verso tale film. Sfida nell’Alta Sierra ( 1961 ) era stato un film di buon successo di Packinpah. Ma ciò non durò a lungo. L’autore fu ingaggiato per quello che, dopo numerosi tagli imposti dai produttori, sarebbe diventato Sierra Charriba ( 1965 ). Già da questo si può comprendere la travagliata genesi della scrittura e registrazione de Il Mucchio Selvaggio. In questo senso il libro ricorda, doverosamente, il lavoro iniziale sul soggetto e sulla sceneggiatura di Walon Green e Roy N. Sickner. Anche altri autori trovano riscontro in tale sottobosco. Poi arrivò Packinpah, regista di westner che veniva dal West, e la storia prese un’altra piega. Il libro ci racconta della cultura cinematografica del regista ma anche delle sue esperienze esistenziali come, ad esempio, la conoscenza del Messico e della sua musica. All'inizio della carriera arrivarono le prime esperienze teatrali e nella televisione. Certi film, come Il cavaliere della valle solitaria ( 1953 ) o Il fiume rosso ( 1948 ), avranno grande influenza sulla sua poetica che avrà la prima occasione di esprimersi nella serie tv The Westerner ( 1960 ). Già qui però ci saranno i primi contrasti con i produttori. Ci saranno le prime esperienze con il cinema ma sarà ancora la tv, con Noon Wine ( 1966 ) a dargli una nuova possibilità. Il 1967 lo vide lavorare sul copione de Il Mucchio Selvaggio ma anche su una produzione, che non giunse per il nostro a nessuna conclusione, su Pancho Villa. Tutto ciò rappresenterà, comunque, una modalità per immergersi nella Rivoluzione messicana che, in ogni caso, gli sarà utilissima nell’immediato futuro. Per un pungo di dollari di Sergio Leone, quando giunse nel 1967 nelle sale cinematografiche statunitensi, ebbe grandissimo successo. Da ciò la Warner Bros – Seven Arts ebbe l'impulso per affidare a Sam Packinpah la regia de Il Mucchio Selvaggio. Qui il libro si ferma per varie pagine, giustamente, sulle difficoltà del progetto, sui ripensamenti del regista, sugli attori chiamati ad interpretare i personaggi del film e tanto altro. Le peripezie in fase di ripresa non furono da meno, ad esempio l’uso per sbaglio, in certe scene, di pallottole vere. Sam Packinpah dimostrò un vigore inesausto in tale produzione. Certi cliché dei western vennero ribaditi per darne un’interpretazione unica, anche appoggiandosi alla casualità. Il produttore Phil Feldman e il regista ebbero parecchie divergenze ma si trovarono dei compromessi. Il libro si sofferma pure sulle varie carriere cinematografiche che si affacciarono alla pellicola. Un’altra peculiarità del film fu che i rapporti tra uomini e donne non mostrarono alcun atteggiamento sexy o di stereotipie etniche. Nella manifestazione dei personaggi i peggiori furono dei bianchi, i migliori sono degli indios. Una delle scene più rocambolesche da girare fu quella della rapina al treno, con l’uso di una vera locomotiva per il trasporto di truppe e armi proprio del periodo della Rivoluzione messicana. La scena spettacolare dell’esplosione del ponte rimane poi, ancora oggi, un pezzo unico dal punto di vista cinematografico. Fu, senza giri di parole, un film complicatissimo da portare avanti e a termine. Alla fine di tutte le riprese si racconta che il regista scoppiò in un pianto liberatorio. Inoltre, mentre lavorava al montaggio de Il Mucchio Selvaggio, era già alle prese con una nuova pellicola che sarebbe diventata La ballata di Cable Hogue. All’uscita il film non ebbe subito buone critiche e scandalizzò parecchio. Martin Scorsese però, dopo la visione, rimase piacevolmente sbalordito. Pian piano la pellicola fu capita anche da altri. Prima dell’uscita ufficiale nelle sale, nonostante il parere di Packinpah, il film subì dei tagli. Non ebbe successo in Messico, in Usa non fu campione d’incassi ma non fu nemmeno un fallimento. Divenne però un film di culto. Il western non fu più lo stesso mentre Sam Packinpah continuò a sfornare pellicole uniche. Il Mucchio Selvaggio è perciò un unicum nel suo genere perché è andato oltre gli steccati della categoria. E rimane, imperituro, un grandissimo film.


Stefano Taddei

W.K. Stratton


Il Mucchio Selvaggio

Sam Packinpah, una rivoluzione a Hollywood e la storia di un film leggendario


Jimenez Edizioni


pp. 420