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Una mostra collettiva a Torino presso A Pick Gallery che riunisce i protagonisti delle sue residenze d’artista a Celle Ligure.


11 giugno, dalle ore 19:00


Appuntamento con l'Artista", Palmieri Contemporary
Palmieri Contemporary presenta "Appuntamento con l'Artista", una mostra collettiva che racconta sette anni di residenze artistiche a Celle Ligure attraverso le opere di undici artisti internazionali presso A Pick Gallery, Torino.

La mostra riunisce per la prima volta un’ampia selezione di opere nate nell’ambito di

Appuntamento con l’Artista, il progetto di residenze che Palmieri Contemporary sviluppa da sette anni a Celle Ligure.


Attraverso artisti, generazioni e linguaggi differenti, l’esposizione racconta un modello di

produzione culturale fondato sull’incontro e sullo scambio, dove il tempo della convivenza e della ricerca condivisa diventa parte integrante del processo creativo.

Il risultato è un percorso che restituisce la varietà e la complessità delle pratiche sviluppate durante le residenze, trasformando l’esperienza vissuta sul territorio in una narrazione collettiva della contemporaneità


Artisti in mostra

Giulio Alvigini, Ermanno Brosio, Nicola Filia, Delaine Le Bas, Eleonora Mariani, Paul Noble, John Pettenuzzo, Reto Pulfer, Monika Romstein, Sebastiano Sofia, Annika Ström




Informazioni

11 giugno, dalle ore 19.00 A Pick Gallery, Torino Via Bernardino Galliari 15/C



 
 

(ACQUA DOLCE SU PIETRA DURA)


9 giugno- 13 agosto 2026


Rodrigo Torres, Água mole em pedra dura, installation view. Courtesy dell'artista e Galeria A Gentil Carioca.
Rodrigo Torres, Água mole em pedra dura, installation view. Courtesy dell'artista e Galeria A Gentil Carioca. Foto: © A Gentil Carioca.

rhinoceros gallery prosegue la sua collaborazione con la galleria brasiliana A Gentil Carioca con un secondo progetto: la prima personale in Italia dell’artista Rodrigo Torres, dal titolo “Água mole em pedra dura” (“Acqua dolce su pietra dura”). Il progetto nasce da una residenza artistica di due mesi divisa tra c.r.e.t.a, centro di riferimento per le arti ceramiche a Roma, dove le opere hanno preso forma, e rhinoceros, dove le sculture e i lavori su carta sono stati completati.


Dal 9 giugno al 13 agosto 2026, Torres presenta un nuovo ciclo di opere nato dall’incontro con il panorama culturale romano, tra cui sculture ceramiche e una fontana, oltre a una nuova serie di disegni e dipinti su carta, da sempre presenti nella sua ricerca, ma mai mostrati al pubblico. Nato e cresciuto a Tijuca, quartiere di Rio de Janeiro contraddistinto da una foresta e dalla convivenza tra urbanizzazione e natura, Torres ha sviluppato una ricerca in cui le tensioni tra crescita, erosione, immutabilità e dissoluzione diventano materia stessa del lavoro. Le sculture esplorano la trasformazione della materia e il ritorno alla terra: i minerali estratti dal suolo, plasmati in forme monumentali, si frammentano e tornano alla propria essenza sotto l’azione combinata delle forze naturali e dell’intervento umano. Un ciclo che Torres porta con sé dalla foresta pluviale della Tijuca, dove gli alberi secolari cadono, intere porzioni di montagna si sgretolano sotto l’azione del vento e dell’acqua, i funghi si diffondono sui tronchi abbattuti e i semi proliferano: «ciò che la terra dà, la terra riprende».


A Roma, Torres ha incontrato una condizione opposta. Qui il tempo sembra sospeso, trattenuto da uno sforzo costante di resistenza al deterioramento. Le crepe vengono riparate, le superfici consolidate, le strutture rinforzate per ritardarne il cedimento. Le sculture di Torres vivono di questa tensione, mettendo in discussione la solidità delle proprie strutture e lasciando intuire una latente possibilità di crollo. Accanto alle sculture, i dipinti a trompe-l’œil che simulano i collage traducono il suo linguaggio scultoreo in due dimensioni, scomponendo le forme materiali in strati e frammenti sovrapposti.

La mostra segna anche una svolta nell’approccio pittorico dell’artista. Anziché ricorrere alla consueta tecnica della smaltatura ceramica, in cui i pigmenti vengono fissati attraverso la cottura, Torres lavora su superfici che rimandano ai trompe-l’œil su marmo e agli affreschi disseminati per la città. Il colore, steso direttamente sulle opere ceramiche senza una nuova cottura, conserva una leggerezza espressiva più tenue e precaria. In questo nuovo dialogo tra Roma e Rio de Janeiro, la mostra costruisce una stretta relazione con il proprio contesto, intrecciando pratiche e geografie diverse in una riflessione sulla materia, il tempo e la trasformazione.


Rodrigo Torres vive e lavora a Rio de Janeiro. Si è laureato in Pittura presso la Escola de Belas Artes della UFRJ (2003), ha studiato fotografia all’Ateliê da Imagem e ha partecipato al Programa de Aprofundamento presso la Escola de Artes Visuais do Parque Lage (EAV). Ha lavorato come assistente dell’artista Luiz Zerbini, sempre a Rio de Janeiro, dove ha consolidato la propria ricerca poetica e ampliato il dialogo con altri linguaggi contemporanei. Nel suo lavoro, ceramica, carta, legno e metallo non sono semplici materiali, ma costituiscono il mare di idee in cui naviga l’artista. Come afferma: «In questo mare getto la mia rete e trovo storie, culture, saperi, tecnologie e molto altro. Nella mia barca taglio, incollo, impasto, brucio e utilizzo qualsiasi strumento necessario per trasformare questa raccolta in un’offerta, come un lago che riflette il cielo e trasforma gli uccelli in macchie liquide».

Camuffamento e mimetismo, concettualmente presenti nel suo lavoro, non definiscono solo la sua estetica, ma attivano anche lo sguardo dello spettatore, mettendo in discussione i confini tra ciò che è originale e ciò che è trasformato. Nel 2026 partecipa a una residenza presso c.r.e.t.a a Roma, che culmina nella mostra Água mole em pedra dura presso rhinoceros gallery a Roma.

Nel 2024 partecipa alla mostra collettiva “Sambaqui” presso l’Istituto Inclusartiz di Rio de Janeiro e presenta la personale “Alterada” presso A Gentil Carioca a San Paolo. Nel 2023 prende parte alla collettiva “Comunidade de Ressonância” al Veras Cultural Centre di Florianópolis. Nel 2022 presenta le personali “Vale da Utopia” all’Artium Institute e “Livro de Quartzo” presso A Gentil Carioca, entrambe a San Paolo.

Nel 2020 partecipa alla mostra “A Casa Carioca” al Museu de Arte do Rio (MAR), a Rio de Janeiro. Nel 2019 prende parte alla collettiva “BRASIL! Focus sull’arte brasiliana contemporanea” al Museo Ettore Fico (MEF) di Torino e a “A Luta Continua” presso The Sylvio Perlstein Collection – Hauser & Wirth, New York. Nel 2017 partecipa a “Songs for my Hands”, Biennale Internazionale di Curitiba presso l’Oscar Niemeyer Museum (MON), e al progetto “Art of the Treasure Hunt: the Grand Tour in Toscana”.

Nello stesso anno prende parte anche alle mostre “Modos de ver o Brasil: Itaú Cultural 30 anos”, presso il Padiglione Lucas Nogueira Garcez (Oca) nel Parco Ibirapuera a San Paolo, e “A luz que vela o corpo é a mesma que revela a tela”, presso Caixa Cultural a Rio de Janeiro. Nel 2016 inaugura la personale “Apreensões” presso Casa FrançaBrasil, Rio de Janeiro, e partecipa alla collettiva “Mapas, Cartas, Guias e Portulanos” presso Sala de Arte Santander, San Paolo. Nel 2013 riceve il Premio Itamaraty per l’Arte Contemporanea. Le sue opere fanno parte di collezioni pubbliche e private, tra cui il Museu de Arte do Rio (MAR), Rio de Janeiro; la collezione José Olympio Pereira, Rio de Janeiro; Itaú Cultural de Fotografia, San Paolo; Kadist Art Foundation e Raja Contemporary Collection, entrambe a Parigi.





Informazioni

Via del Velabro 9A, Roma

9 giugno - 13 agosto 2026

Tutti i giorni dalle ore 11:00 alle 19:00

gallery@rhinocerosroma.com

+39 340 643 0435



 
 

12 giugno- 1 novembre 2026

a cura di Monika Branicka ed Eva Brioschi

Mariuccia Secol nel 1968 davanti a un dipinto della serie II Genesi.
Mariuccia Secol nel 1968 davanti a un dipinto della serie II Genesi. Per gentile concessione della famiglia dell’artista (archivio privato). Foto: autore sconosciuto.

A partire dal 12 giugno all’1 novembre 2026, il Muzeum Susch presenterà Mariuccia Secol: Unraveling, la prima grande retrospettiva istituzionale dedicata all’eclettica artista e attivista italiana Mariuccia Secol (n. 1929). Curata da Monika Branicka e Eva Brioschi, la mostra ripercorre oltre settant’anni di pratica artistica, offrendo una visione completa di un corpus di opere che intreccia femminismo radicale, critica sociale e riscoperta storica.

Questa retrospettiva si allinea con la missione fondativa del Muzeum Susch di valorizzazione delle artiste dell’avanguardia internazionale trascurate o incomprese, restituendo loro lo stesso riconoscimento tributato ai colleghi. Mariuccia Secol, il cui lavoro è stato a lungo escluso dalle narrazioni dominanti, emerge oggi come una delle voci più originali del panorama artistico italiano del dopoguerra. Un percorso che ricostruisce una parabola artistica a lungo marginalizzata, presentando numerose opere inedite emerse anche grazie al confronto diretto con l’artista.


L’esposizione traccia l’evoluzione di Secol a partire dai primi dipinti degli anni ’50 e ’60, caratterizzati da temi esistenziali e dal trauma della guerra (Città bruciate, Olocausto). Un periodo di svolta fondamentale è rappresentato dal suo lavoro come insegnante nel laboratorio di pittura presso l’ospedale psichiatrico di Bizzozero-Varese (1965-1988), durante la rivoluzione psichiatrica di Franco Basaglia. In questo contesto di marginalità, Secol scoprì la creatività come strumento di autodeterminazione e guarigione.

Influenzata dal clima di protesta del 1968 e dai nascenti movimenti femministi, Secol abbandonò i suoi “pennelli silenziosi” per lavorare con materiali quotidiani e domestici, come grembiuli e spugne metalliche, che divennero la materia prima di una pratica fondata sul rifiuto. L’opera iconica Casa di bambola (1970-73), creata smantellando i propri abiti, incluso l’abito da sposa, segnò il suo netto rifiuto dei ruoli univoci di moglie e madre.


Le barriere, mostra presso la Galleria Porta Ticinese di Milano nell’ambito della rassegna Mezzo Cielo, 21 aprile – 12 giugno 1978. A sinistra: opera di Mariuccia Secol, Le barriere, fili srotolati e filato, 180 × 180 × 180 cm; a destra: opera di Milli Gandini, ricamo a punto croce
Le barriere, mostra presso la Galleria Porta Ticinese di Milano nell’ambito della rassegna Mezzo Cielo, 21 aprile – 12 giugno 1978. A sinistra: opera di Mariuccia Secol, Le barriere, fili srotolati e filato, 180 × 180 × 180 cm; a destra: opera di Milli Gandini, ricamo a punto croce. © Mariuccia Secol e Manuela Gandini. Per gentile concessione dell’archivio privato dell’artista. Foto: autore sconosciuto.

Centrale la ricostruzione degli anni di attivismo del Gruppo Femminista Immagine di Varese, fondato nel 1974 da Secol insieme a Milli Gandini e Mirella Tognola, a cui si unirono presto Silvia Cibaldi, Clemen Parrocchetti e Mariagrazia Sironi, che si collegò alla campagna globale per il “Salario al lavoro domestico”, partecipando ai principali raduni collettivi del movimento.


Il progetto espositivo presenta inoltre la documentazione della storica partecipazione del gruppo alla Biennale di Venezia del 1978 e sottolinea lo sviluppo dell’originale linguaggio formale di Secol, incentrato sull’idea di “rifiuto”. Invece di tessere, Secol rimuove i fili dalla struttura del tessuto, creando vuoti e strappi che evocano il corpo femminile e aprono a nuove possibilità di senso, facendo emergere luce e conoscenza dall’esplorazione interiore. Opere della maturità, come Animus-Anima (1982), dimostrano come la fibra umana venga decostruita per fare spazio al pensiero.


Negli ultimi decenni, il lavoro di Secol si è ampliato verso una critica globale, affrontando temi quali le crisi migratorie, i conflitti internazionali e il collasso ecologico. Secol è stata una precorritrice nello sviluppare una forma di intersezionalità in cui le lotte delle donne si incrociano con la difesa di tutte le identità marginalizzate o oppresse.

Mariuccia Secol: Unraveling è più di una semplice mostra: presenta un “archivio ribelle” che sfida la storia dell’arte ufficiale e amplia le narrazioni sulle pratiche artistiche del secolo scorso.


Mariuccia Secol, Sala d’attesa / Bisso rosso (Waiting Room / Red Byssus), 1988
Mariuccia Secol, Sala d’attesa / Bisso rosso (Waiting Room / Red Byssus), 1988, arazzo sfilato e rammendato su cordura e cotone, 170 × 245 cm. © Mariuccia Secol. Foto: Magdalena Typiak.

Il percorso espositivo si articola come un ciclo naturale, un cerchio che si chiude: la prima grande sala mette al centro il corpo in trasformazione in relazione alle diverse fasi della crisalide e accoglie una panoramica completa del percorso artistico di Mariuccia Secol. Nelle altre sale la narrazione si sviluppa fino a tornare al punto di partenza, riflettendo il suo cammino personale e creativo.

Un percorso che inizia con i dipinti cupi e scuri degli anni ’50 e ’60, densi di trauma bellico e di tensione esistenziale, e prosegue poi con i dipinti della metà degli anni ’60 che mostrano l’emergere di un nuovo senso di soggettività. Dalla pittura tradizionale, l’artista passò ai primi lavori in tessuto, simbolo di rifiuto degli schemi convenzionali, fino a culminare nelle silhouette sfilacciate, dove la tecnica della rimozione del filo crea nuove forme attraverso il vuoto, permettendo alla luce e alla consapevolezza di emergere.


Al centro della prima sala, nella sua imponenza, si erge inoltre l’opera monumentale Donna ponte: un’installazione tessile di dieci metri che incarna la sua poetica dell’intersezionalità, capace di unire fronti diversi — tra maschile e femminile, tra sé e l’altro — e di abbracciare la marginalità universale come messaggio di speranza per il futuro: perfetta rappresentazione di questa sintesi della sua ricerca, orientata all’accoglienza del diverso e alla valorizzazione delle soggettività fragili.


Dopo questa introduzione completa, la mostra si sviluppa tematicamente e cronologicamente, con sale dedicate ai diversi media, tra cui pastelli, stoffe e ceramiche, evidenziando la sua libertà nel muoversi oltre i confini dei linguaggi tradizionali. Queste sezioni evidenziano le diverse tecniche di Secol e la sua capacità di navigare il confine fluido tra l’espressione fisica e l’impegno etico, ricostruendo un universo a lungo vissuto dall’autrice stessa come personale e intimo, portando così una pratica privata e domestica al centro dell’attenzione istituzionale.


Ne emerge una visione non consolatoria, che sottolinea come, a distanza di settant’anni, molte questioni restino ancora irrisolte.


Milli Gandini e Mariuccia Secol alla mostra «La mamma è uscita alla Galleria Cavedra», Varese, dal 1 al 23 marzo 1980.
Milli Gandini e Mariuccia Secol alla mostra «La mamma è uscita alla Galleria Cavedra», Varese, dal 1 al 23 marzo 1980. Sullo sfondo l’opera di Secol «La mamma è uscita». Courtesy della famiglia dell’artista (archivio privato). Foto autore sconosciuto. Riproduzione: Magdalena Typiak

Hatje Cantz pubblicherà una monografia esaustiva con testi di Monika Branicka, Eva Brioschi, Maria Bremer, Sonia D’Alto, Janis Jefferies, Maria Inés Plaza Lazo, Marco Scotini e un’intervista a Manuela Gandini.


Mariuccia Secol è nata a Castellanza, Varese, nel 1929. È un’artista e attivista italiana, formatasi sotto Galliano Mazzon e Francesco Fedeli. Si stabilì a Daverio nel 1954, trasformando la sua casa in un vivace salotto culturale frequentato da intellettuali come Bruno Munari, Enrico Baj e Leonardo Sciascia.

Fondamentale fu la sua direzione dell’atelier di pittura presso l’ospedale psichiatrico di Bizzozero dal 1965 al 1988, dove visse la rivoluzione basagliana. Sulla scia del 1968 e del femminismo, Secol abbracciò la “creatività del rifiuto”, abbandonando i pennelli per i tessuti e i materiali domestici.

Nel 1974 co-fondò il Gruppo Femminista “Immagine” di Varese e si batté per il salario al lavoro domestico. Inventò un processo di rimozione dei fili dal tessuto che evoca le ferite del corpo. La sua pratica si è evoluta verso un impegno intersezionale, affrontando crisi ecologiche, migrazione e violenza universale. Secol smantella i ruoli imposti per ricucire una nuova identità collettiva e consapevole.

 
 
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